mercoledì 25 aprile 2007

Boom dell'italiano negli USA

SCUOLA & GIOVANI

In dieci anni raddoppiati gli iscritti, nuove cattedre perfino in Alaska e Porto Rico. Ottanta atenei americani hanno una sede anche a Firenze. "Merito di moda e cibo"

Usa, la rivincita dell'italiano
è boom di corsi all'università

dal nostro corrispondente MARIO CALABRESI

NEW YORK - "Quando il professore fece l'appello, il primo giorno, tutti si voltarono a guardarmi: il mio cognome era l'unico che non finisse con una vocale". Università della Pennsylvania, anno 1956, Daniel Berger, ebreo newyorkese, è l'unico studente del corso di italiano a non essere figlio di emigranti.

Gli americani fanno studiare ai loro figli il francese, la lingua dei viaggi, della gastronomia raffinata e della cultura, l'italiano è identificato con il dialetto che parlano i muratori, i giardinieri e i camerieri dei ristoranti. Mezzo secolo dopo la nostra lingua si è presa la rivincita, in crescita costante da dieci anni, ora è la quarta più studiata nelle università americane e oltre 60mila ragazzi nel 2006 hanno scelto di seguire un corso di lingua e cultura italiana.

"E' un momento magico, ci sono cattedre ovunque negli Stati Uniti perfino in Alaska e alle Hawaii, ne sono appena state aperte due a Puerto Rico". Massimo Ciavolella, che guida il dipartimento di italiano all'Università della California a Los Angeles, ha studiato l'evoluzione del fenomeno: "Vedo tre ragioni per questo boom: è sparita l'idea dell'italiano come emigrante, oggi la nostra lingua si è liberata da quell'immaginario ed esprime un'idea di cultura e di stile. Il successo dei prodotti italiani è servito da traino, penso alla moda e al cibo. L'Italia ha cambiato il modo di vestire e di mangiare degli americani e questo li ha conquistati. Infine è rinata la moda del Grand Tour: Più di 80 università americane hanno una sede a Firenze. Per un giovane studente oggi il viaggio in Italia rappresenta una tappa fondamentale di formazione".

La summer school di Columbia University a Venezia, in cui si studiano lingua, architettura e storia dell'arte, non ha più posti disponibili, come ci racconta Francesco Benelli, che nell'ateneo di Manhattan tiene il corso di architettura rinascimentale: "È nata da tre anni ma ha un successo clamoroso, i ragazzi vogliono scoprire l'Italia e questo è estremamente positivo, ma contemporaneamente va segnalata una crisi degli studi specialistici: a New York c'era una tradizione incredibile di studi sul barocco e il rinascimento, ora sono in forte declino".

Il suo collega Nelson Moe, che al Barnard College supervisiona i programmi di chi per un periodo viene in Italia, conferma: "Prima l'italianistica era lo studio approfondito della Divina Commedia, naturale che fosse per pochi, oggi c'è un approccio interdisciplinare che ha conquistato molti studenti: arte, letteratura, cinema, musica e anche la cultura del cibo procedono insieme. L'italiano è vissuto come una lingua polisensoriale capace di aprire le porte al "bello"". Moe non si spaventa, è convinto che il successo figlio anche del boom dei ristoranti, degli stilisti, dei libri di cucina e dei viaggi sia un utile primo passo: "La sfida è conquistare questi studenti per poi portarli a corsi più avanzati".

Negli anni '60, secondo le statistiche della Modern Language Association, 11mila ragazzi studiavano italiano, nel 1970 erano saliti a 34mila, nel 1998 si supera la soglia dei 40mila iscritti, nel 2004 dei 50mila e lo scorso anno dei 60mila. Tra il '98 e il 2002, c'è un balzo del 30%, straordinario se comparato alle altre lingue europee, che negli ultimi cinque anni si è consolidato. Ancora nel '70 il francese la fa da padrone, con 360mila iscritti, poi comincia un declino che oggi ne fa ancora la seconda lingua studiata dietro lo spagnolo (746.000 iscritti) ma a quota 200mila. Al terzo posto c'è il tedesco, che a partire dagli anni '70 venne identificato come la lingua europea degli affari, ma che oggi ha perso questa caratteristica di idioma indispensabile per il business, lasciando il posto al cinese, che cresce insieme all'arabo.

"Storicamente - spiega Ciavolella, citando la ricerca pensata con Dino De Poli e la Fondazione Cassamarca di Treviso - le cattedre di italiano erano stati aperte soltanto in quelle aree degli Stati Uniti e del Canada dove c'erano i figli degli emigranti, come necessità per lo studio degli italo-americani, oggi non è più così, anche se la maggiore concentrazione resta sulla costa Est". In crescita anche il numero degli iscritti ai master e ai dottorati, si è passati da 925 del '98 a 1100 oggi, ma siamo sotto la soglia dei 1200 iscritti sopra la quale un programma entra nella classifica federale e ha diritto ad avere finanziamenti e borse di studio.

Oggi non siamo più emigranti, Renzo Piano sta per inaugurare il grattacielo progettato come sede del New York Times, Bulgari lancia la sua sfida a Tiffany con un negozio grande uguale che occupa l'angolo opposto della Quinta strada, un italoamericano come Rudolph Giuliani corre per la presidenza e il vino italiano è al primo posto tra quelli importati, davanti ad Australia e Francia. Daniel Berger adesso lavora a Roma, al ministero dei Beni Culturali, è consulente per il recupero delle opere d'arte trafugate all'estero. Se è in Italia il merito è di quel professore che faceva l'appello cinquant'anni fa: "Si chiamava Domenico Vittorini, al pomeriggio insegnava ai cantanti d'opera la pronuncia e la fonetica, creò in me la passione per la lingua e per farmi migliorare la grammatica ogni giorno nelle vacanze estive mi spediva una lettera con un compito da rimandargli il giorno dopo. Allora ero solo, oggi finalmente l'italiano in America è la lingua della cultura".

(la Repubblica 23 aprile 2007)

mercoledì 18 aprile 2007

Mio Fratello è Figlio Unico



Cast
Riccardo Scamarcio, Elio Germano, Angela Finocchiaro, Massimo Popolizio, Luca Zingaretti
Regia
Daniele Luchetti
Sceneggiatura
Stefano Rulli, Sandro Petraglia, Daniele Luchetti
Data di uscita
Venerdì 20 Aprile 2007
Generi
Sociale, Commedia
Distribuito da
WARNER BROS. ITALIA
"MIO FRATELLO è FIGLIO UNICO" Sinossi

Mio fratello è figlio unico - ambientato a Latina, Roma e Torino tra gli anni ’60 e ’70 - è la storia di due fratelli dominati da uno strano modo di volersi bene: a schiaffi, a spintoni, a pugni. Accio (Elio Germano) e Manrico (Riccardo Scamarcio) sono diversi in tutto, uno fascista e l’altro comunista, uno moderato e l’altro estremista, uno chiuso nel bozzolo di un’ideologia che gli impedisce di vedere il mondo come è, l’altro disponibile a ammorbidire la propria visione del mondo a favore di una vitalità totale. A renderli vicini è una sorta di ‘energia’ che li porta a battersi l’uno contro l’altro, un’energia che è giovinezza, voglia di esistere, di essere considerati, di essere amati. Infatti, in questa famiglia dove ci si accapiglia su tutto, c’è un nucleo affettivo misterioso, poiché quei due fratelli che crescono in perenne conflitto, senza comprendersi, in realta’ si amano disperatamente. E ci parlano di un Paese non riconciliato, non pacificato, ossessionato dalla ricerca di una identità che non riesce mai a diventare ascolto dell’altro, confronto vivo con chi è altro da noi. Accio e Manrico finiscono per riconoscersi simili solo nel finale, proprio quando si rendono conto di essere radicalmente e per sempre diversi l'uno dall'altro. Solo allora realmente si “toccano”. E mentre si perdono eccoli lì che si ritrovano, irriducibili eppure, per la prima volta, davvero fratelli.

mercoledì 4 aprile 2007

Ancora effetto serra

3 aprile 2007

Rapporto Onu: 61 Paesi a rischio per l'effetto serra (ma spunta qualche voce fuori dal coro)
P. F.
Sessantuno Paesi, principalmente nel Terzo mondo, sono a rischio-carestia per l'aumento della temperatura globale causata dai cambiamenti climatici in atto, che, in ultima analisi, contribuiranno a destabilizzare ulteriormente lo scenario internazionale: lo scrive il quotidiano britannico «The Independent», anticipando la la bozza del rapporto Onu sui «Cambiamenti climatici 2007», curato oltre 2.500 scienziati di tutto il mondo, che sarà presentato venerdì 6 aprile a Bruxelles e fa seguito a un altro documento pubblicato due mesi fa, in cui si affermava «inequivocabilmente» che la responsabilità del riscaldamento globale era da attribuire al 90% alle attività umane.

La nuova bozza conferma che i cambiamenti stanno avvenendo «più velocemente del previsto» e che «colpiranno i sistemi biologici e fisici di ogni continente». Lo scenario è apocalittico: in 20 anni, dieci milioni di sudamericani e centinaia di milioni di africani saranno «a corto» d'acqua e alla metà del XXI secolo un miliardo di asiatici potrebbero affrontare il rischio siccità. I ghiacciai della catena dell'Himalaya, che alimentano i grandi fiumi del continente asiatico, si scioglieranno del tutto entro il 2035, minacciando la vita di 700 milioni di persone. Nel 2050, benchè inizialmente i raccolti cresceranno nei Paesi temperati grazie al caldo che allungherà la stagione produttiva, la produzione crollerà del 30% in India, con 130 milioni di persone costrette a fare fronte a una terribile carestia. Nel 2080 cento milioni di persone dovranno abbandonare le loro case sulla costa minacciate dall'innalzarsi delle acque dovuto allo scioglimento delle calotte di ghiaccio dei poli. Oltre un terzo delle specie animali saranno «ad alto rischio di irreversibile estinzione».

Nei giorni in cui gli esperti internazionali dell'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) presentano il rapporto sulle conseguenze del riscaldamento globale causato dalle emissioni umane di CO-2 , un gruppo di scienziati sfida la convinzione generalizzata che i cambiamenti climatici siano da attribuire alla responsabilità umana. Questi studiosi puntano il dito sul cambiamento naturale delcalore solare, sul raffreddamento del pianeta nella metà del XX secolo e sul rallentamento del rialzo della temperatura nell'ultimo decennio.

Tra coloro che mostranoscetticismo verso gli allarmi dell'organismo dell'Onu vi sono Richard Lindzen, meterologo del Mit, Paul Reiter, professore all'Istituto Pasteur di Parigi e lo scrittore Michael Crichton. Queste voci fuori dal coro sostengono che le temperature siano scese per diversi decenni dopo il 1945, nonostante l'aumento delle emissioni di diossido di carbonio. Altra tesi è che le concentrazioni di diossido di carbonio nell'atmosfera hanno ritardato l'aumento della temperatura stando alla datazione dei nuclei di ghiaccio che risalgono a 600 mila anni fa. Per gli scienziati "contro", l'aumento delle temperature che ha caratterizzato la seconda metà dell'ultimo secolo ha conosciuto un fase di stallo negli ultimi dieci anni. Il 1998 è stato un anno estremamente caldo a causa dell'andamento anomalo di El Nino e gli anni successivi sono stati più freddi: un decennio sarebbe quindi un periodo troppo elaborare tendenze di lungo periodo.

martedì 27 marzo 2007

Policlinico degli orrori




Policlinico Inferno
Laboratori radioattivi incustoditi, migliaia di cartelle cliniche abbandonate, discariche, sporcizia e sigarette ovunque a due passi dai reparti. Il foto racconto dell'inchiesta choc firmata da Fabrizio Gatti all'interno del Policlinico Umberto I di Roma.


domenica 18 marzo 2007

Italia, il teatro supera lo sport


I dati Federculture mostrano un forte incremento dei visitatori delle mostre: più 42,2%. Ma la spesa pubblica resta bassa

Italia, paese affamato di cultura: nel 2006 il teatro supera lo sport

Più spettatori davanti a un palcoscenico che allo stadio: 13,5 milioni contro 12,7

BARI - Sembra uno scherzo, e invece è assoluta verità: gli italiani preferiscono il teatro allo sport. Almeno questo dimostrano i dati relativi all'anno scorso: per la prima volta dopo anni, infatti, il pubblico amante del palcoscenico ha superato quello degli stadi e dei palazzetti. E anche con un notevole scarto: 13,5 milioni contro 12,7.

Le cifre 2006 sono state elaborate da Federculture, e sono state presentate nel corso della quarta Conferenza nazionale degli assessori alla Cultura e al Turismo, in corso a Bari da oggi a sabato 17 marzo, e promossa anche da Anci, Conferenza delle Regioni, Upi, Legautonomia, Uncem e Formez. Un'occasione, da parte degli addetti ai lavori, per fare il punto sull'Italia e sulla sua fame di cultura.

I fondi. Il nostro Paese destina alla cultura 1,8 miliardi di euro l'anno, contro gli oltre 5 miliardi di Gran Bretagna e Spagna. Dal 2002 al 2007, i finanziamenti statali sono scesi dallo 0,35% allo 0,29% del Pil. A compensare almeno in parte questa poca generosità ci sono gli enti locali, che destinano al settore il 3,4% del loro bilancio. Tra i grandi comuni, il più generoso è quello di Torino: 5,09%, seppure in flessione rispetto al 6,80 del 2005.

Gli eventi più amati. A sorpresa, come già detto, il teatro supera lo sport. Ma ci sono altri dati interessanti, sempre sul fronte culturale: ad esempio, nel 2006, le principali mostre organizzate nel nostro Paese hanno registrato ben 7 milioni di visitatori, con un più 42,2% rispetto al 2005. Quanto agli altri appuntamenti, oltre a quelli ormai consolidati (il Festival della filosofia di Modena, il Festivaletteratura di Mantova, il Ravello Festival, eccetera) i dati forniti al Convegno di Bari sottolineano il boom di alcune iniziative recentissime. Come la Festa del cinema di Roma (150 mila spettatori) o il Festival Economia di Trento (50 mila presenze).

La hit parade delle mostre. Stravince l'esposizione dedicata a Gauguin e Van Gogh, al museo di Santa Giulia di Brescia: oltre 541 mila visitatori. Seguono, sul podio, Antonello da Messina alle Scuderie del Quirinale di Roma (318 mila); Caravaggio e l'Europa al Palazzo Reale di Milano (313 mila). Poi, dal quarto al decimo posto: Modigliani al Vittoriano di Roma; Mantegna a Mantova; Millet, ancora al Santa Giulia di Brescia; Cina - Nascita di un impero alle Scuderie del Quirinale; Argenti a Pompei al Museo archeologico nazionale di Napoli; Raffaello alla Galleria Borghese di Roma; Manet al Vittoriano.

I musei e i siti archeologici. Qui, le cifre sono, come quasi ogni anno, da record. Lo scettro spetta ai Fori imperiali di Roma: oltre 2 milioni 784 mila spettatori, con un più 1,85% rispetto al 2005. Seguono gli scavi di Pompei (1 milione 810 mila) e il Palazzo Ducale di Venezia (un milione 499 mila).

Il punto sul turismo. Tra marzo e novembre 2006 hanno visitato il nostro Paese 32,2 milioni di stranieri. L'incremento medio, registrato nelle dieci province italiane a maggiore vocazione di turismo culturale, è stato del 18%: Roma, Venezia, Milano e Firenze sono le quattro città che hanno avuto le migliori performance. Trend negativo, anche se contenuto (meno 1%), per le province con offerta turistica di tipo prevalentemente paesaggistico (mare e montagna).

(15 marzo 2007)



martedì 13 marzo 2007

Basta essere adolescenti


"Ho voglia di te", il seguito di "Tre metri sopra il cielo"
Basta essere adolescenti
per apprezzare i lucchetti


Perché quando uno, avendo una certa età e per di più trovandosi lì con il ruolo sempre un po' antipatico di "critico", prova un vago imbarazzo a vedere film come Ho voglia di te? Perché non riconosce, non può riconoscere il valore banale quanto volete ma eterno di racconti così.

È probabilissimo che Scamarcio e Chiatti comunichino a chi ha gli anni giusti lo stesso emozionato tremore che, non so, trentacinque anni prima comunicavano Warren Beatty e Julie Christie (I compari di Altman. Solo uno dei tanti possibili esempi) a chi gli anni giusti li aveva in quel momento. Quindi: resistenza a girare la testa dall'altra parte, irritati o imbarazzati, e a bofonchiare o proclamare "ma che stronzata". Sforzo di obiettività e, acrobaticamente, di mettersi nei panni dei destinatari.

Risultato: il seguito di Tre metri sopra il cielo, delle avventure amorose del ribelle Step diventate oggetto di culto per gli adolescenti, è piuttosto ben fatto. Snodi efficaci, valorizzazione degli sfondi romani compresi i famosi lucchetti di Ponte Milvio recentemente difesi dal poetico sindaco della Capitale, buona scrittura di situazioni e personaggi (non tutti). E soprattutto due protagonisti perfettamente in grado di "passare" quel sentimento semplice e immediato dell'identificazione generazionale creato mezzo secolo fa da Brando e Jimmy Dean. Laura Chiatti ha trovato più qui che nei più nobili film di Francesca Comencini e Paolo Sorrentino l'occasione di dimostrarsi attrice.
(p. d'a.)

Ho voglia di te
Regia di LUIS PRIETO
Con RICCARDO SCAMARCIO, LAURA CHIATTI, CLAUDIO AMENDOLA


(9 marzo 2007)

lunedì 12 marzo 2007

Donne viaggiatrici




Giro del mondo - Al femminile


Come si è evoluto nel tempo il loro ruolo e la loro immagine? Un tempo si dovevano travestire da uomini per conoscere il mondo. Oggi sono scienziate, giornaliste, antropologhe, geografe o semplici turiste, curiose di conoscere Paesi lontani, a volte anche pericolosi

Alla National Portrait Gallery di Londra nel 2004 è stata allestita una mostra sulle donne viaggiatrici. Esposizione documentata di biografie: di ecclesiastiche impegnate in solitari pellegrinaggi sino alle più moderne aviatrici/avventuriere dei cieli, passando per agiate signore con la insopprimibile passione per il viaggio, espressa sotto forma di vocazione alla ricerca antropologica, alla diplomazia internazionale, all'avventura tout court.

Come si è evoluta nel tempo la figura della viaggiatrice? "La notte scorsa eravamo sporche, isolate dal resto del mondo e libere, stanotte siamo pulite, di nuovo nel mondo civile e prigioniere". Scriveva così al suo ritorno a casa Louisa Jebb, un'aristocratica londinese che all'inizio del Novecento insieme ad un'amica aveva attraversato la Turchia a cavallo. Viaggiare era smentire il pregiudizio sociale che voleva la donna mansueta, curiosa ma solo di frivolezze, e soprattutto sedentaria. Una forma di emancipazione riservata esclusivamente a donne di classe sociale elevata (bene lo racconta una graziosa antologia edita da Archinto, Le vere signore non viaggiano). Diversamente, la sola strada data a una donna per girare il mondo era fingersi uomo. Isabelle Eberhardt, svizzera di origine russa innamorata della cultura berbera e orientale, alla fine dell'Ottocento conobbe il Maghreb e lo descrisse dopo averlo osservato dietro il suo travestimento di beduino. Morì giovanissima nel deserto. Ma era riuscita a non farsi scoprire, e a scrivere.

Oggi le viaggiatrici sono migliaia. Possiamo curiosare tra siti internet a loro dedicati, o leggere nelle guide turistiche appendici consacrate alla categoria "donne", dove con delusione trovare indicati solo locali notturni dove assistere a spogliarelli maschili, hammam, sofisticate boutiques. Alle "turiste per caso" che si suppone si spostino per leggerezza, per innato desiderio di ribellione quando non per fame di sesso, va aggiunta la categoria delle viaggiatrici per professione. Scienziate, giornaliste inviate, antropologhe. Donne che di continuo vanno e vengono da paesi lontani, il più delle volte pericolosi. Con coraggio cercando di inserirsi in realtà piagate da un maschilismo protervo. Attraversando i deserti e sfidando le intemperie. Sole, audaci, incrollabili. Che viaggiano e quando tornano a casa raccontano e scrivono, forti tra le altre cose della potenza mediatica del loro essere, oltre che temerarie nomadi, donne.

Evoluzioni apparenti, dietro cui si nascondono concezioni immutate. A legger tra le righe del pensiero comune si può scoprire quanto l'immagine che una donna nomade proietta di sé continui ad essere quella di una figura inquieta, errabonda e quindi disequilibrata, non del tutto adulta e responsabile, insomma un tipo strano e in termini "femminili" non proprio raccomandabile. Che femmina è mai quella che sceglie di vivere sparpagliandosi in giro per il mondo? Una che per temperamento o per reazione a chissà quale destino avverso ha scartato l'ipotesi di costruirsi un nido, un focolare del quale essere il quieto angelo.

La scrittrice Clarice Lispector, nata in Ucraina subito poi emigrò in Brasile; di famiglia ebrea, sposò un diplomatico e trascorse molti anni non facendo altro che cambiare paesi e case. Sembrava destinata ad errare. Eppure (traduco in questo periodo il suo epistolario) di se stessa spiegava: "In verità io non so scrivere lettere sui viaggi; in verità non so nemmeno viaggiare. È interessante come stando poco tempo nei posti, io veda poco. Trovo la natura tutta più o meno simile, le cose quasi tutte uguali". Dichiarazioni coraggiose, in contrasto con l'attuale proliferare di cronache di viaggi spesso compiuti in gran fretta, "vai-torna-e-racconta", "ho visto-ho capito-adesso vi spiego". Sembra che tra facoltose viaggiatrici del passato e agguerrite nomadi contemporanee non ci sia molta differenza.
Tutte hanno viaggiato per dimostrare qualcosa, a se stesse in prima battuta e subito dopo al mondo. Per trattenere una memoria visiva dei luoghi visitati e attorno ad essa, una volta tornate indietro, tessere l'ordito della trama supplementare del loro racconto. Ma il racconto annulla, verbalizzandoli, i frutti più preziosi del viaggiare: lo spaesamento, la trasformazione interiore, l'insegnamento dell'esperienza. Se riferire presuppone che si sia ritornati, la cronaca di un viaggio, nel suo valore di testimonianza, realistica o di finzione, contiene in sé il rischio di azzerare l'effetto dello spostamento.

Viaggiatrici vanno allora cercate in un altro universo, meno clamoroso, meno documentato e molto meno allegro. Quello delle donne che non si spostano per desiderio, non per "dimostrazione" ma per necessità. Costrette a cercare fortuna altrove, in terre che non sono le loro. Donne vendute, promesse da altri a uomini che non le rispetteranno. Accecate dalla illusione di un benessere che molte volte si rivela essere una situazione di ricatto, condizionamento, prigione psicologica. Donne migranti. Donne che scappano dalla guerra. Ho intervistato anni fa una iraniana, nel suo buio monolocale sul limitare deserto di una periferia di Roma. In Italia da vent'anni, continuava a parlarne come di un paese straniero: con amore e insieme con sdegno. "Vivo qui come fossi in viaggio" disse per spiegarmi la solitudine, il senso di continua disappartenenza. Da secoli esistono queste viaggiatrici coatte. Bianche, nere, giovanissime o già anziane. Che tirano avanti macerandosi nella nostalgia delle loro terre d'origine - dove però, raffrontando le diverse condizioni di vita, non vorrebbero più ritornare. E poiché non tornano, non raccontano. Vivono in transito. In viaggio. Viaggiano spesso per una vita intera. Quanto potremmo imparare dalle loro storie, su cosa sia l'essere viaggiatrici.

- La nostra autrice - Lisa Ginzburg vive e lavora tra Roma e Salvador de Bahia. Ha pubblicato numerosi libri, tra questi Colpi d'ala (Edizioni Feltrinelli), Anita, Storia di Anita Garibaldi (Edizioni E/O). Ha vinto nel 2003 il Premio Donna Argentario con Desiderava la bufera

Lisa Ginzburg

martedì 6 marzo 2007

SANREMO 2007: ho ascoltato l'album di SIMONE CRISTICCHI



Da Sanremo a casa mia ci sono 5 ore di autostrada. Io non guido. Ho paura. Meno male che c'è Stefano che si fa carico delle mie "incapacità" e mi riporta a destinazione. Durante il viaggio ascoltiamo la radio per sentire se le canzoni di Sanremo siano già "nell'aria" , ma a dir la verità in un paio d'ore di zapping becchiamo giusto la "canzone regina" e quella degli Stadio, tutto il resto è straniero: forse abbiamo solo avuto poca fortuna.

Sul sedile di dietro ho una borsa piena di cd sanremesi. Ogni artista omaggiava la stampa con almeno un singolo, alla fine della sua conferenza . A parte La Paranza, Milva e Johnny Dorelli, ho quasi tutto. Di Simone Cristicchi ho l'opera omnia. Album, libro e dvd. Ma lui oltre alla conferenza, ha anche incontrato i giornalisti al Cinema Tabarin per la presentazione del suo progetto che comprende un documentario davvero toccante sui vecchi manicomi e sui nuovi centri di igiene mentale. Testimonianze di pazienti, infermieri e medici che ci raccontano cosa sia accaduto prima della legge 180 e come stiano le cose oggi nei laboratori diurni che aggregano le persone con disagi mentali.

Il documentario e il libro "Centro d'igiene mentale" prendono spunto da alcune lettere ritrovate nel manicomio di Volterra. Lettere scritte dai pazienti, a volte vere e proprie invocazioni d'aiuto, che non arrivavano mai a destinazione e restavano ad ingiallire dentro le cartelle cliniche.

La canzone con cui Simone Cristicchi ha vinto il 57mo Festival di Sanremo, fa parte di questo stesso progetto e ne rappresenta uno dei momenti più commoventi.

"Ti regalerò una rosa" è contenuta nel nuovo album "Dall'altra parte del cancello" che a sua volta contiene l'omonimo documentario di cui vi parlavo prima. Un lavoro grande, importante, impegnato e impegnativo che avrebbe fatto onore a Simone anche se non avesse vinto il Festival.

Le altre canzoni del disco sono tutte dello stesso ottimo livello di quella che Sanremo ci ha fatto conoscere. Alcune molto divertenti ed ironiche, come L'Italia di Piero e Non ti preoccupare Giulio o la rivisitazione in chiave multietnica de L'Italiano di Toto Cotugno o il seguito naturale di Studentessa universitaria "Laureata precaria". Bellissima, anche se ha finito poi per sollevare alcune polemiche, "Legato a te" dedicata a Piergiorgio Welby, un immaginario dialogo tra l'uomo e la macchina che lo tiene in vita.

Deliziosamente retrò Il nostro tango. Caustica Nostra Signora dei Navigli dedicata alla poetessa Alda Merini.

Il mio voto all'album: 8 e mezzo