mercoledì 22 dicembre 2010

I NAVIGLI MILANESI



I Navigli a Milano, antico porto fluviale, sono una proposta da visitare nella città della moda italiana. Sotto un'informazione tratta dalla Wikipedia.

Milano come Venezia? Un servizio pubblico di linea, per i giorni festivi

I Navigli sono un sistema di canali irrigui e navigabili, con baricentro Milano, che metteva in comunicazione il lago Maggiore, quello di Como e il basso Ticino aprendo al capoluogo lombardo le vie della Svizzera e dell'Europa nordoccidentale, dei Grigioni e dell'Europa nordorientale e, infine, quella del Po verso il mare. Col regime regolare delle acque dei navigli si irrigarono e resero produttive vastissime aree, collegandosi con l'opera di bonifica iniziata dai monaci delle abbazie a sud della città già nel X secolo. La costruzione dell'intero sistema è durata dal XII al XIX secolo. La Cerchia dei Navigli, o fossa interna, rappresentava la "cerniera" cittadina che consentiva il funzionamento del sistema nel suo complesso.


L'imbocco del laghetto di Santo Stefano, accanto alla Ca' Granda, nel 1870

Navigli è anche il nome del triangolo di Milano delimitato dal Naviglio Grande e dal naviglio Pavese che ha come vertice la darsena di porta Ticinese e che copre una buona parte del quadrante sudoccidentale della città.

I navigli che fanno parte del sistema dei Navigli milanesi sono:

Nelle vicinanze della città transitano altri due canali importanti:

che hanno rispettivamente origine dall'Adda e dal Ticino.

Per sapere di più

In riva ai navigli oltre a ristoranti e locali d'ozio possiamo anche trovare un mercatino delle pulci con bancarelle con tanto di roba vecchia e oggetti svariatissimi. Guardate il video.

lunedì 20 dicembre 2010

GIOCO FOTOGRAFICO

Sotto potete vedere diverse fotografie riguardanti una zona d'Italia. Ci sono due film e le corrispondenti città in cui si girarono, due vulcani, un tempio antico, un mulino a vento e un piatto della gastronomia locale.

Ecco i vulcani, quali sono i loro nomi?


Ecco gli indizi per i film e le città, nel secondo caso si son girati tanti film e anche la fiction del Commissario Montalbano.

Il primo film ottenne un Oscar e si girò un questo paese.



Sopra un'immagine del secondo film, sotto lo stesso posto nella realtà.


Chi creò il celeberrimo commissario che mangiava in questa trattoria?




















A pochi chilometri di questo mulino, in una città celebre per il vino e Garibaldi,















mangiai uno squisito..
















E infine il tempio di...

Buona ricerca!!!

E...

martedì 14 dicembre 2010

ROMANZO STORICO DI ECO

umberto eco

Il cimitero di Praga l'ultimo romanzo di Umberto Eco, è stato presentato ieri dal semiologo italiano a Madrid. Si tratta di un’avvincente romanzo storico sullo sfondo della Praga del XIX secolo, tra intrighi, idee rivoluzionarie, spie e lotte per far pendere a proprio favore l’instabile bilancia del potere dell’epoca.



I lettori sperano in un ritorno alle origini per il noto intellettuale italiano, che con capolavori come Il nome della rosa e Il pendolo di Focault ha portato questioni storiche e filologiche di primaria importanza fuori dalle biblioteche e dalle università per farli entrare nelle case di tutti. Il cimitero di Praga arriva sei anni dopo l’ultimo lavoro di Eco, La misteriosa fiamma della Regina Loana, incentrato sul legame tra la memoria individuale e quella collettiva. Ma forse ai lettori più affezionati è mancato il pathos dei primi romanzi, il che giustifica l’enorme aspettativa intorno alla nuova fatica dell’autore.

Da noi l'autore italiano ha parlato della politica del suo paese y della situazione del mondo. Ha dichiarato, tra altro, che "Berlusconi è uno zombi, molto pericoloso" e che attorno a noi ci sono tante falsificazioni. Lo scrittore ha anche criticato Il Vaticano che ha fatto che vendesse 100.000 copie in più della suo ultimo romazo. Opinioni autorevoli e sempre geniali da considerare al di là della presentazione di un'opera letteraria.


domenica 12 dicembre 2010

VIAGGIANDO CON TABUCCHI


Tabucchi: "I miei mondi da scoprire"

Mario De Santis


Intervista allo scrittore, che in "Viaggi e altri viaggi" traccia una mappa ideale tra letteratura e geografia. "Ma la cosa più importante sono le persone che si incontrano"

QUALCOSA hanno in comune l'Australia e Mumbai, il Jardin des Plantes di Parigi e la Cappadocia, Creta e Washington. Sono alcuni dei luoghi richiamati nella mappa ideale e singolare disegnata da Antonio Tabucchi. Che ha molto viaggiato e molto dei suoi viaggi ha raccontato. Scoperte, bellezze e differenze che ritroviamo in Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli), in cui l'autore mette insieme i luoghi visitati e le parole, non solo le sue, che li hanno descritti. Lisbona e Pessoa. L'Egitto di Ungaretti. L'Amazzonia e Il ventre dell'universo. Tutto narrato da chi, come lui, dice di muoversi "portando con sé due caratteristiche della cultura contadina: la diffidenza e la curiosità".

Antonio Tabucchi, a che cosa è legata la sua prima esperienza di viaggio?
"A un mio zio che da Pisa mi portava in gita a Firenze, in treno. Ero bambino, un'avventura totale. Il viaggio verso la grande città, poter andare a zonzo, i musei, i dipinti che per me erano opere stupefacenti, più grandi di quanto siano realmente. Di fronte al Cristo di Cimabue rimasi annichilito".

Viaggi e scrittura. In che modo si intrecciano nella sua vita?
"Io non ho mai viaggiato per scrivere. A volte porto con me un taccuino ma altre non ho scritto nulla. Però i luoghi sono prepotenti. Ti restano addosso come certi odori e ne viene assorbita anche la scrittura. E' il materiale reale delle cose, io la chiamo la crosta del mondo, ha una sua forza che s'impone sui pensieri. La descrizione prende il sopravvento anche sull'ego dello scrittore".


Un esempio che le è caro: in che modo arrivò a scoprire il Portogallo?
"Ero studente a Parigi. Dopo il liceo, spinto da mio padre, andai alla Sorbona come auditore libero. Per vivere facevo il lavapiatti. In un negozio alla Gare de Lyon vidi un piccolo libro, un po' usurato. Mi serviva qualcosa per passare il tempo in treno e quello costava poco. Il titolo era Bureau de Tabac, lo aprii e vidi che era di poesie. Sulla sinistra una lingua che non conoscevo, sulla destra la traduzione francese. Era la prima traduzione in assoluto di Fernando Pessoa, fatta da un certo Pierre Hourcade, addetto culturale dell'ambasciata di Francia a Lisbona negli anni Trenta. In quella poesia meravigliosa ci cascai dentro e pensai: come mi piacerebbe imparare la lingua di quel poeta. Tornato in Italia mi iscrissi a Lettere e scoprii che c'era un corso di Lingua e letteratura portoghese. Ebbi ottimi voti, vinsi una borsa di studio e mi dissero: vuoi andare in Portogallo? Così partii. Era il 1965".

Che paese scoprì, all'epoca?
"Un paese chiuso, che aveva voltato le spalle all'Europa, soffocato dalla dittatura. Ebbi l'incarico di portare qualche lettera a poeti e scrittori che vivevano da perseguitati. Diventai loro amico. Mi affascinò quel paese che aveva avuto un rinascimento straordinario, circumnavigato il mondo, conquistato terre e ricchezze e ora era ridotto così. Ma attenzione: se fu un libro a portarmi in Portogallo, la letteratura non è sufficiente a farci restare. Per quello, ci vogliono le persone".

Lei a volte ha viaggiato spinto da un libro, oggi prima di partire si consultano guide dettagliatissime. E' meglio limitarsi alle atmosfere, magari vaghe, di un romanzo, o documentarsi prima?
"Si può usare uno scrittore come un tour operator. Si va a Buenos Aires e si vede solo la città di Borges o a Dublino quella di Joyce. Se si riesce a fare la commistione tra il viaggio letterario e quello concreto, delle persone e della storia di un paese è meglio, c'è il materiale e l'immaginario come dicevano Cesarani e De Federicis nel loro manuale. Ecco, Bloom cammina per la città e beve una birra? Beviamola anche noi, una birra...".

Si chiamano viaggi ma di fatto è turismo, un'esperienza predefinita che si acquista a pacchetto chiuso...
"Il turismo è un'altra cosa ma del resto siamo tutti turisti. Anche in quel caso c'è un mondo da osservare. A Cancun mi sono trovato per sbaglio in un hotel di comitive tedesche e americane. Alla fine ho scritto di loro, più che del Messico che avevo intorno. Molti, come Chatwin, avevano cercato sentieri non battuti ma da almeno vent'anni è impossibile trovare posti nuovi. Ma basta stare un po' attenti e si possono scoprire cose che altri non hanno visto. In un viaggio, la cosa più importante sono le persone che si incontrano. Se si fa finta di non vederle e si osservano solo i paesaggi, è finita. Se si scambiano anche poche parole, ogni viaggio è diverso e si esce dal preconfezionato.



C'è un luogo dove non è stato mai e dove pensa di andare?
"C'è ma temo di non farcela fisicamente. Più che una località, è una precisa tipologia di luogo: mi piacerebbe visitare gli osservatori astronomici in alta quota per conoscere le persone che stanno lì per mesi a guardare l'universo di fronte alle montagne. Ce n'è uno in Perù, sulle Ande, a 4-5 mila metri d'altezza. Mi piacerebbe capire che cosa pensa una persona che sta isolata per mesi a guardare le stelle".

Prendiamo l'archetipo dei viaggi e della letteratura per eccellenza: l'Odissea. Un viaggio è tale anche perché c'è un' Itaca dove si deve tornare. Lei viaggia, vive a Parigi e Lisbona. Qual è la sua Itaca?
"Aveva ragione Kavafis nella sua poesia Itaca: il viaggio conta in sé e non va comparato a Itaca perché poi, quando si torna, ci sia annoia. Io invece credo che il "nostos", la nostalgia del ritorno, quello che Dante definisce per il suo Ulisse "il desìo", lo struggimento per il ritorno, sia un sentimento utile. La mia Itaca è la Toscana. Mi trovo bene anche a vivere altrove ma non credo ad affermazioni tipo "la mia casa è il mondo". I latini dicevano "ubi bene ibi patria" ed è vero, però c'è un posto che uno sente suo. C'è un verso di Rilke che cito nel libro, è nei Sonetti a Orfeo, si rivolge all'aria e dice: "aria, mi riconosci tu che conoscevi le cose che una volta erano mie?".

Quando torna in Italia, la osserva da straniero?
"Credo che uno scrittore sia sempre un viaggiatore straniero perché il suo occhio da osservatore si pone da fuori, estraniato. E' inevitabile che io, essendo scrittore, sia anche un osservatore".

In che modo osserva, allora, l'Italia di oggi, quella - al di là della classe politica - berlusconiana? Si riconosce in questo Paese?
"C'è una stampa internazionale molto critica verso Berlusconi e ora stiamo scoprendo anche il giudizio delle diplomazie nei documenti riservati, la mia voce critica sarebbe minima rispetto a tutto ciò. Quanto al Paese, credo che uno scrittore debba essere sempre critico, si critica un paese perché lo si ama, si vorrebbe fosse migliore. Verso Berlusconi sono sempre stato molto critico, da quando è apparso: un figurino milionario percepito come un clown ovunque si vada. Parlano di lui e dell'Italia e sghignazzano, questo fa male, da italiano, è umiliante. Anche alla Germania è capitata la stessa cosa, era il paese di Goethe e della filosofia e in pochi anni si è trasformato nel paese di Hitler. I modelli peggiori sono quelli facilmente imitabili e funzionano, quelli migliori hanno bisogno di sforzo e cultura. La civiltà è fatta di sforzo, altrimenti se si lascia tutto all'istinto, il peggio prevale".



Visto che cita Goethe, l'autore del Viaggio in Italia, un'esperienza come quella quella del Grand Tour che ha formato le coscienze europee dell'epoca, chiudiamo con una analogia: oggi dove si dovrebbe fare il Grand Tour per formare le coscienze dei giovani?
"Quanto all'educazione al bello, ci sono certe opere dell'umanità miracolosamente conservate e un nuovo Grand Tour potrebbe cominciare dalle piramidi d'Egitto. Per la coscienza, però, bisogna andare nei paesi più poveri dei nostri. Credo ci sia molto da imparare e da riflettere nel paragone fra la nostra ricchezza e quelle privazioni. Lo stesso vale per i Paesi in cui c'è stata la guerra. Certo, non è un bel tour, sono esperienze negative, forti, non hanno a che fare con la cultura e l'arte come per il Grand Tour di due secoli fa. Ma lì un giovane imparerebbe molto".

Da: la Repubblica.it 12/11/2010

venerdì 3 dicembre 2010

SUCCESSONE ALL'EOI

Mercoledì, il Prof. Luca Di Dio, Università Ca' Foscari di Venezia e Scuola EDULINGUA, ebbe un grande successo, nella sua 2ª presenza (la prima fu nel 2007) all'EOI di Gandia.


Il prof Di Dio in un momento del suo intervento

L'interesse della sua conferenza "L'Italia dei dialetti" riuscì a riempire per prima volta la SUM della nostra EOI.


Gli assistenti alla conferenza.


Si Canta.

Gli allievi furono presto cattivati dall'allegria comunicativa del docente italiano che alle parole ed i mezzi visivi unì delle canzoni tradizionali rappresentative dei dialetti italiani, sempre accompagnato dalla chitarra. Fu un percorso fresco e molto apprezzato dagli studenti.

Il famoso applauso in bocca.

La seconda parte dell'evento fu una multitudinaria cena con pizza e chitarra della quale però siamo in attesa di ricevere qualche fotografia.


Il gruppo NB1 delle 17

Per quelli che siate interessati la EDULINGUA è una Scuola di italiano per stranieri che ha sede a Castelraimondo, nelle Marche. Potete informarvi presso il Dipartimento d'Italiano dell'EOI.

sabato 20 novembre 2010

L’ITALIA DEI DIALETTI

Da non perdere!!!




Il Prof.LUCA DI DIO insegnante di lingua e cultura italiana in Italia, collaboratore dell’Università di Venezia (Master Itals) e la Scuola EDULINGUA -Laboratorio di Lingua e Cultura Italiane- di Castelraimondo ci offriranno un percorso nella storia della lingua italiana nelle sue varietà regionali attraverso le canzoni.

Presso la nostra EOI di Gandia
, mercoledì 1 DICEMBRE. Ore 19.00

Alla fine della lezione andiamo insieme alla pizzeria L'ANTICA C/ Madrid 20, Gandia, per una CENA ALL'ITALIANA: PIZZA E CHITARRA



Ingresso libero

martedì 9 novembre 2010

VIENI VIA CON ME: NUOVO PROGRAMMA SU RAITRE

Benigni, Saviano, la macchina del fango
E' "Vieni via con me", ritratto dell'Italia

Su RaiTre la prima puntata di "Vieni via con me", con Fabio Fazio e lo scrittore. Che nel suo primo intervento spiega il meccanismo della diffamazione, cita il caso Boffo, Caldoro e la casa di Montecarlo e mette in guardia, "un conto è la privacy, un altro è scegliere le proprie amiche da cadidare, un'altra finire nelle mani di estorsori: questo smette di essere privacy e diventa condizionamento della cosa pubblica"

di ALESSANDRA VITALI

ROMA - Se, come dice Roberto Saviano 1, "nella televisione italiana il diritto a parlare lo conquisti con gli ascolti", tutto fa pensare che meriti una rubrica quotidiana su una rete Rai. Perché - ma sarà lo share a parlare, ferma restando l'insondabilità dei gusti del pubblico italiano - c'è motivo di credere che la prima puntata di Vieni via con me - spazio faticosamente conquistato su RaiTre dopo le contrarietà di viale Mazzini e le polemiche - di pubblico ne abbia conquistato parecchio.

La leggerezza di Fabio Fazio - co-conduttore insieme all'autore di Gomorra - che elenca "le prostitute che lavoravano a Pompei prima dell'eruzione, quelle colte e raffinate che si vendevano per influenzare i clienti potenti che gestivano la politica, poi è crollato tutto ma il crollo continua ancora adesso"; la linearità con cui lo stesso Saviano illustra il meccanismo della macchina del fango - Boffo, Cosentino, la casa di Montecarlo, anche Giovanni Falcone -; l'ironia coraggiosa con cui Nichi Vendola sciorina ventisette modi per dire omosessuale (gli elenchi sono uno dei perni del programma) ma pure le drammatiche forme di "espiazione" loro riservate; Roberto Benigni che travolge trascina e infine emoziona cantandola, la canzone che dà il titolo al programma, Vieni via con me; Claudio Abbado che difende la cultura dai tagli perché "è come l'acqua, come la vita".

VIDEO: L'INTERVENTO DI SAVIANO 2

VIDEO: L'ELENCO DI VENDOLA
3

CONSIGLIATO: VIDEO: BENIGNI CANTA BERLUSCONI 4

Il Paese, gli elenchi, la gente comune. Tre punti dai quali il programma parte per un viaggio in Italia attraverso incognite, antinomie, incertezze ma pure prospettive, aspirazioni, speranze. Quelle di una signora di 88 anni - è l'attrice Angela Finocchiaro a leggere una sua lettera - che prende 500 euro di pensione e dice di aver lottato una vita per un'Italia più giusta "e ancora spero di vederla"; quelle di una giovane precaria che fa la lista di tutti i lavori che ha fatto per pagarsi l'università; quelle di una suora che vuole la moschea a Torino e spiega perché.

Che avrebbe parlato della macchina del fango, Saviano lo aveva annunciato su Repubblica 5. Il meccanismo che "mette a rischio la democrazia". Che "arriva a infamare una persona che si pone contro certi poteri". Boffo, Caldoro, Fini e la casa di Montecarlo. Articolato e elementare: "Parte da fatti minuscoli della tua vita privata che vengono usati contro di te. Stai per scrivere un articolo e pensi 'domani mi attaccheranno' su cose che non hanno niente a che vedere con la vita pubblica, lo faranno con il tuo privato e ti costringeranno a difenderti. Allora prima di metterti a scrivere ci pensi. E vuol dire che si è incrinata la libertà di espressione". La differenza "fra inchiesta e diffamazione: l'inchiesta si fonda su una quantità abnorme di informazioni, quelle che i giornalisti sognano di avere per approfondire, la diffamazione usa un solo elemento e lo costruisce contro la persona che prende di mira. Ti compromettono con l'obiettivo di dire 'siamo tutti uguali'. Tutti egualmente sporchi. Invece - continua Saviano - la forza della democrazia è la molteplicità. Le differenze. Quelle che la macchina del fango non vuole che il cittadino veda. La privacy, ad esempio: è sacra. Ma una cosa è la privacy, un'altra è scegliere le proprie amiche da candidare, un'altra è finire nelle mani degli estorsori: quella smette di essere privacy e inizia a essere condizionamento della cosa pubblica. E può essere crimine". Ai giovani, in particolare, si rivolge perché ascoltino "la storia di una persona che è riuscita a resistere a una macchina del fango gigantesca: Giovanni Falcone".

L'elenco, si diceva, un'anima del programma. Nichi Vendola spiazza con il suo. Il governatore poeta pronuncia ventisette modi per dire omosessuale. Invertito e buzzarone, pederasta e cripto-checca, burrone, arruso, bucaiolo e via così. Il coraggio dell'ironia. Che diventa dramma quando il leader di Sinistra e Libertà elenca le possibili "espiazioni" dell'omosessualità: evirato, deportato nei lager e nei gulag, confinato, ricoverato in manicomio, stuprato per punizione. E ancora, le classificazioni dell'omosessualità nella vita pubblica: "crimine", "disordine", "pulsione di morte", "sporcizia", "peccato". Allora, conclude Fazio citando la battuta di Silvio Berlusconi, "è molto meglio guardare le belle ragazze che essere gay?". Replica Vendola: "E' molto meglio essere felici".

Non è vero che l'attesa è tutta per Benigni, come si dice sempre in circostanze come questa. L'attesa, stavolta, è per tutti i protagonisti della serata. E anche Benigni non tradisce le aspettative. Il materiale che l'attualità recente gli ha fornito è roba che sta tutta nelle sue corde. Le escort che sarebbero una vendetta della mafia - l'ha detto Berlusconi a proposito della vicenda Ruby - e le sue guardie del corpo che ne scovano in ogni angolo della sua casa, rientrando, alla sera. L'opposizione che insiste, "Berlusconi si può battere solo sul piano politico" e allora "ci vuole una ragazza del Pd", l'invocazione a Rosy Bindi, "tu gli garbi, dai una foto a Fede e ti intrufoli, gli dici che sei maggiorenne, e se t'arrestano basta che dici che sei la suocera di Zapatero". Ironia anche sulle polemiche di qualche settimana fa, legate ai compensi degli ospiti del programma e anche al suo cachet (alla fine l'attore ha partecipato a titolo gratuito), "sono d'accordo a venir gratis, la Rai ha bisogno di soldi, però Masi non fare scherzi: a un semaforo quando ho abbassato il vetro un polacco mi ha riconosciuto e mi ha dato un euro..".

Poi, mentre sullo sfondo campeggiano le immagini del crollo di Pompei, un altro elenco tocca al maestro Claudio Abbado - ultimo ospite -, quello delle ragioni per cui bisogna difendere la cultura contro i tagli del governo. Perché "arricchisce sempre, è contro la volgarità e permette di distinguere tra bene e male, è lo strumento per giudicare chi ci governa ed è libertà, di espressione e parola. Con la cultura si sconfigge il disagio sociale delle persone perché è riscatto dalla povertà". Ma soprattutto "la cultura è un bene comune e primario, come l'acqua. Ed è come la vita. E la vita è bella".

Da: la Repubblica.it 8 novembre 2010)

mercoledì 3 novembre 2010

CRISI E DEMOGRAFIA

Meno nascite e più immigrati. La "rivoluzione demografica" con la valigia

Sarà l'immigrazione a salvare l'Occidente dal declino economico? I gesuiti della "Civiltà Cattolica" sono fiduciosi. Il banchiere vaticano Gotti Tedeschi è scettico. Cronaca di una disputa sul futuro del mondo. E sul controllo della natalità

di Sandro Magister



ROMA, 29 ottobre 2010 – Per il professor Ettore Gotti Tedeschi, economista e banchiere, presidente dell'Istituto per le Opere di Religione, la banca del Vaticano, la causa prima della crisi economica dell'Occidente è il crollo della natalità.

Gotti Tedeschi sostiene questa tesi da tempo, con molto vigore. E la argomenta in frequenti conferenze ed articoli su "L'Osservatore Romano".

Alcuni continuano però a pensare che a bloccare lo sviluppo economico non sia la diminuzione ma l'aumento incontrollato delle nascite. Uno dei più accesi propagandisti di questa tesi neomalthusiana è un celebre professore di scienza della politica, con cattedra per molti anni a New York, il professor Giovanni Sartori, editorialista di spicco del maggior quotidiano italiano, il "Corriere della Sera", dalle cui colonne attacca ripetutamente la Chiesa cattolica in quanto paladina di "una crescita demografica dissennata", foriera solo di disastri.

Le due tesi sono opposte e del tutto inconciliabili.
www.chiesa.espressionlinne.it
Pau e Grazia NI 2 EOI Gandia
Noi pensiamo che la Chiesa cattolica abbia
sempre cercato un argomento per sostenere la sua politica di non controllo della nascita, e adesso la crisi economica diventa una giustificazione delle sue tesi. Per la Chiesa sembra che gli immigranti siano gli unici a seguire le sue regole e che i loro bambini salverano il nostro mondo occidentale.