venerdì 6 marzo 2015
ANCORA LEONARDO: NOVITÀ DELL'UOMO DI VITRUBIO
Possibilmente il disegno più famoso della storia è l'uomo di Vitrubio di Leonardo, poco fa si è scoperto qualcosa che nessuno aveva ancora visto. Sotto il video dimostrativo (in spagnolo, ci dispiace).
sabato 7 maggio 2011
Freaks: la serie italiana (su YouTube) che gioca a fare la straniera. E vince…
La domanda successiva, poi, è generalmente “ma perché non prendono ispirazione dalle serie tv delle altre nazioni?”.
Per capire “Freaks”, serie sul web online da poco meno di un mese, bisogna partire proprio da qui: ispirazioni dichirate e omaggi a serie come le inglesi Misfits e Skins o le americane Heroes e FlashForward, e una qualità realizzativa sorprendente per un prodotto a budget zero ideato, recitato e creato da ragazzi poco più che ventennni.
Alla base della storia, un concetto tanto (ab)usato quanto amato: i superpoteri. Cinque giovani romani si ritrovano, inspiegabilmente, con delle capacità tanto straordinarie quanto, in alcuni casi, penalizzanti. E sono costretti a collaborare per comprendere il mistero dietro al loro cambiamento.
Se la trama vi ricorda il già citato Misfits, non stupitevi: gli stessi creatori non fanno mistero della cosa, omaggiando la serie fin dal titolo (“Freaks”, “mostri”). Ma ci tengono anche a sottolineare cheessendo coscienti della possibilità di poter ricordare delle serie che si conoscono molto bene si ha pure l’arma di evitare “scopiazzature”..
Quello in cui stupisce Freaks è l’aria moderna che si respira in tutta le serie: dall’attenzione alla cultura giovane - la nightlife romana è protagonista di tutta la prima puntata - alla cura nella scelta delle musiche, passando per una buona fotografia, riprese, e montaggio.
In poche parole, si tratta di un prodotto bello da vedere. Tanto da avere le carte in regola per non sfigurare anche in televisione (se mai dovesse arrivarci un giorno, si spera).
Non a caso si è creato subito sulla Rete un vero tam-tam che ha aiutato la serie a raggiungere il successo: più di 500.000 visite su Youtube per il primo episodio, oltre 300.00 per il secondo e quasi 150.000 per il terzo (online da appena 3 giorni).
E una pagina su Facebook che ha superato i 30.000 “Mi piace”. A cui si affiancano i profili specifici per i vari personaggi (Andrea, Viola, Silvio), di cui il primo - quello di Andrea, il più “internettiano” e party-animal del gruppo strizza ancora una volta l’occhio alle serie inglesi con una lista di amici pesantemente collegata ai vari personaggi di Skins.
Un’attenzione al web decisamente sopra la media, insomma. Grazie anche alle esperienze degli ideatori della serie - Matteo Bruno, Claudio Di Biagio, Guglielmo Scilla, Giampaolo Speziale (cantante degli About Wayne) - che sulla Rete sono nati e hanno trovato successo.
Tre di loro sono infatti delle youtube-celebrities: Guglielmo Scilla nei panni di Willwoosh (qui la sua pagina Facebook da centinaia di migliaia di fan), Matteo Bruno in quelli di canesecco, Claudio Di Biagio con l’account di nonapritequestotubo. Persone che quindi la Rete la conoscono bene.
Insomma: un bell’esempio di creatività made in Italy, che ti riconcilia con un panorama artistico - quello italiano - che troppo spesso risulta sterile e ripetitivo. E infatti, non a caso, l’aria nuova arriva dal web.
Da Panorama.it: claudio.mastroianni 6 Maggio 2011
domenica 12 dicembre 2010
VIAGGIANDO CON TABUCCHI


Tabucchi: "I miei mondi da scoprire"
Mario De Santis
Intervista allo scrittore, che in "Viaggi e altri viaggi" traccia una mappa ideale tra letteratura e geografia. "Ma la cosa più importante sono le persone che si incontrano"
QUALCOSA hanno in comune l'Australia e Mumbai, il Jardin des Plantes di Parigi e la Cappadocia, Creta e Washington. Sono alcuni dei luoghi richiamati nella mappa ideale e singolare disegnata da Antonio Tabucchi. Che ha molto viaggiato e molto dei suoi viaggi ha raccontato. Scoperte, bellezze e differenze che ritroviamo in Viaggi e altri viaggi (Feltrinelli), in cui l'autore mette insieme i luoghi visitati e le parole, non solo le sue, che li hanno descritti. Lisbona e Pessoa. L'Egitto di Ungaretti. L'Amazzonia e Il ventre dell'universo. Tutto narrato da chi, come lui, dice di muoversi "portando con sé due caratteristiche della cultura contadina: la diffidenza e la curiosità".
Antonio Tabucchi, a che cosa è legata la sua prima esperienza di viaggio?
"A un mio zio che da Pisa mi portava in gita a Firenze, in treno. Ero bambino, un'avventura totale. Il viaggio verso la grande città, poter andare a zonzo, i musei, i dipinti che per me erano opere stupefacenti, più grandi di quanto siano realmente. Di fronte al Cristo di Cimabue rimasi annichilito".
Viaggi e scrittura. In che modo si intrecciano nella sua vita?
"Io non ho mai viaggiato per scrivere. A volte porto con me un taccuino ma altre non ho scritto nulla. Però i luoghi sono prepotenti. Ti restano addosso come certi odori e ne viene assorbita anche la scrittura. E' il materiale reale delle cose, io la chiamo la crosta del mondo, ha una sua forza che s'impone sui pensieri. La descrizione prende il sopravvento anche sull'ego dello scrittore".
Un esempio che le è caro: in che modo arrivò a scoprire il Portogallo?
"Ero studente a Parigi. Dopo il liceo, spinto da mio padre, andai alla Sorbona come auditore libero. Per vivere facevo il lavapiatti. In un negozio alla Gare de Lyon vidi un piccolo libro, un po' usurato. Mi serviva qualcosa per passare il tempo in treno e quello costava poco. Il titolo era Bureau de Tabac, lo aprii e vidi che era di poesie. Sulla sinistra una lingua che non conoscevo, sulla destra la traduzione francese. Era la prima traduzione in assoluto di Fernando Pessoa, fatta da un certo Pierre Hourcade, addetto culturale dell'ambasciata di Francia a Lisbona negli anni Trenta. In quella poesia meravigliosa ci cascai dentro e pensai: come mi piacerebbe imparare la lingua di quel poeta. Tornato in Italia mi iscrissi a Lettere e scoprii che c'era un corso di Lingua e letteratura portoghese. Ebbi ottimi voti, vinsi una borsa di studio e mi dissero: vuoi andare in Portogallo? Così partii. Era il 1965".
Che paese scoprì, all'epoca?
"Un paese chiuso, che aveva voltato le spalle all'Europa, soffocato dalla dittatura. Ebbi l'incarico di portare qualche lettera a poeti e scrittori che vivevano da perseguitati. Diventai loro amico. Mi affascinò quel paese che aveva avuto un rinascimento straordinario, circumnavigato il mondo, conquistato terre e ricchezze e ora era ridotto così. Ma attenzione: se fu un libro a portarmi in Portogallo, la letteratura non è sufficiente a farci restare. Per quello, ci vogliono le persone".
Lei a volte ha viaggiato spinto da un libro, oggi prima di partire si consultano guide dettagliatissime. E' meglio limitarsi alle atmosfere, magari vaghe, di un romanzo, o documentarsi prima?
"Si può usare uno scrittore come un tour operator. Si va a Buenos Aires e si vede solo la città di Borges o a Dublino quella di Joyce. Se si riesce a fare la commistione tra il viaggio letterario e quello concreto, delle persone e della storia di un paese è meglio, c'è il materiale e l'immaginario come dicevano Cesarani e De Federicis nel loro manuale. Ecco, Bloom cammina per la città e beve una birra? Beviamola anche noi, una birra...".
Si chiamano viaggi ma di fatto è turismo, un'esperienza predefinita che si acquista a pacchetto chiuso...
"Il turismo è un'altra cosa ma del resto siamo tutti turisti. Anche in quel caso c'è un mondo da osservare. A Cancun mi sono trovato per sbaglio in un hotel di comitive tedesche e americane. Alla fine ho scritto di loro, più che del Messico che avevo intorno. Molti, come Chatwin, avevano cercato sentieri non battuti ma da almeno vent'anni è impossibile trovare posti nuovi. Ma basta stare un po' attenti e si possono scoprire cose che altri non hanno visto. In un viaggio, la cosa più importante sono le persone che si incontrano. Se si fa finta di non vederle e si osservano solo i paesaggi, è finita. Se si scambiano anche poche parole, ogni viaggio è diverso e si esce dal preconfezionato.
C'è un luogo dove non è stato mai e dove pensa di andare?
"C'è ma temo di non farcela fisicamente. Più che una località, è una precisa tipologia di luogo: mi piacerebbe visitare gli osservatori astronomici in alta quota per conoscere le persone che stanno lì per mesi a guardare l'universo di fronte alle montagne. Ce n'è uno in Perù, sulle Ande, a 4-5 mila metri d'altezza. Mi piacerebbe capire che cosa pensa una persona che sta isolata per mesi a guardare le stelle".
Prendiamo l'archetipo dei viaggi e della letteratura per eccellenza: l'Odissea. Un viaggio è tale anche perché c'è un' Itaca dove si deve tornare. Lei viaggia, vive a Parigi e Lisbona. Qual è la sua Itaca?
"Aveva ragione Kavafis nella sua poesia Itaca: il viaggio conta in sé e non va comparato a Itaca perché poi, quando si torna, ci sia annoia. Io invece credo che il "nostos", la nostalgia del ritorno, quello che Dante definisce per il suo Ulisse "il desìo", lo struggimento per il ritorno, sia un sentimento utile. La mia Itaca è la Toscana. Mi trovo bene anche a vivere altrove ma non credo ad affermazioni tipo "la mia casa è il mondo". I latini dicevano "ubi bene ibi patria" ed è vero, però c'è un posto che uno sente suo. C'è un verso di Rilke che cito nel libro, è nei Sonetti a Orfeo, si rivolge all'aria e dice: "aria, mi riconosci tu che conoscevi le cose che una volta erano mie?".
Quando torna in Italia, la osserva da straniero?
"Credo che uno scrittore sia sempre un viaggiatore straniero perché il suo occhio da osservatore si pone da fuori, estraniato. E' inevitabile che io, essendo scrittore, sia anche un osservatore".
In che modo osserva, allora, l'Italia di oggi, quella - al di là della classe politica - berlusconiana? Si riconosce in questo Paese?
"C'è una stampa internazionale molto critica verso Berlusconi e ora stiamo scoprendo anche il giudizio delle diplomazie nei documenti riservati, la mia voce critica sarebbe minima rispetto a tutto ciò. Quanto al Paese, credo che uno scrittore debba essere sempre critico, si critica un paese perché lo si ama, si vorrebbe fosse migliore. Verso Berlusconi sono sempre stato molto critico, da quando è apparso: un figurino milionario percepito come un clown ovunque si vada. Parlano di lui e dell'Italia e sghignazzano, questo fa male, da italiano, è umiliante. Anche alla Germania è capitata la stessa cosa, era il paese di Goethe e della filosofia e in pochi anni si è trasformato nel paese di Hitler. I modelli peggiori sono quelli facilmente imitabili e funzionano, quelli migliori hanno bisogno di sforzo e cultura. La civiltà è fatta di sforzo, altrimenti se si lascia tutto all'istinto, il peggio prevale".
Visto che cita Goethe, l'autore del Viaggio in Italia, un'esperienza come quella quella del Grand Tour che ha formato le coscienze europee dell'epoca, chiudiamo con una analogia: oggi dove si dovrebbe fare il Grand Tour per formare le coscienze dei giovani?
"Quanto all'educazione al bello, ci sono certe opere dell'umanità miracolosamente conservate e un nuovo Grand Tour potrebbe cominciare dalle piramidi d'Egitto. Per la coscienza, però, bisogna andare nei paesi più poveri dei nostri. Credo ci sia molto da imparare e da riflettere nel paragone fra la nostra ricchezza e quelle privazioni. Lo stesso vale per i Paesi in cui c'è stata la guerra. Certo, non è un bel tour, sono esperienze negative, forti, non hanno a che fare con la cultura e l'arte come per il Grand Tour di due secoli fa. Ma lì un giovane imparerebbe molto".
Da: la Repubblica.it 12/11/2010
martedì 9 novembre 2010
VIENI VIA CON ME: NUOVO PROGRAMMA SU RAITRE
Benigni, Saviano, la macchina del fango
E' "Vieni via con me", ritratto dell'Italia
Su RaiTre la prima puntata di "Vieni via con me", con Fabio Fazio e lo scrittore. Che nel suo primo intervento spiega il meccanismo della diffamazione, cita il caso Boffo, Caldoro e la casa di Montecarlo e mette in guardia, "un conto è la privacy, un altro è scegliere le proprie amiche da cadidare, un'altra finire nelle mani di estorsori: questo smette di essere privacy e diventa condizionamento della cosa pubblica"
ROMA - Se, come dice Roberto Saviano 1, "nella televisione italiana il diritto a parlare lo conquisti con gli ascolti", tutto fa pensare che meriti una rubrica quotidiana su una rete Rai. Perché - ma sarà lo share a parlare, ferma restando l'insondabilità dei gusti del pubblico italiano - c'è motivo di credere che la prima puntata di Vieni via con me - spazio faticosamente conquistato su RaiTre dopo le contrarietà di viale Mazzini e le polemiche - di pubblico ne abbia conquistato parecchio.
La leggerezza di Fabio Fazio - co-conduttore insieme all'autore di Gomorra - che elenca "le prostitute che lavoravano a Pompei prima dell'eruzione, quelle colte e raffinate che si vendevano per influenzare i clienti potenti che gestivano la politica, poi è crollato tutto ma il crollo continua ancora adesso"; la linearità con cui lo stesso Saviano illustra il meccanismo della macchina del fango - Boffo, Cosentino, la casa di Montecarlo, anche Giovanni Falcone -; l'ironia coraggiosa con cui Nichi Vendola sciorina ventisette modi per dire omosessuale (gli elenchi sono uno dei perni del programma) ma pure le drammatiche forme di "espiazione" loro riservate; Roberto Benigni che travolge trascina e infine emoziona cantandola, la canzone che dà il titolo al programma, Vieni via con me; Claudio Abbado che difende la cultura dai tagli perché "è come l'acqua, come la vita".
VIDEO: L'INTERVENTO DI SAVIANO 2
VIDEO: L'ELENCO DI VENDOLA 3
CONSIGLIATO: VIDEO: BENIGNI CANTA BERLUSCONI 4
Il Paese, gli elenchi, la gente comune. Tre punti dai quali il programma parte per un viaggio in Italia attraverso incognite, antinomie, incertezze ma pure prospettive, aspirazioni, speranze. Quelle di una signora di 88 anni - è l'attrice Angela Finocchiaro a leggere una sua lettera - che prende 500 euro di pensione e dice di aver lottato una vita per un'Italia più giusta "e ancora spero di vederla"; quelle di una giovane precaria che fa la lista di tutti i lavori che ha fatto per pagarsi l'università; quelle di una suora che vuole la moschea a Torino e spiega perché.
Che avrebbe parlato della macchina del fango, Saviano lo aveva annunciato su Repubblica 5. Il meccanismo che "mette a rischio la democrazia". Che "arriva a infamare una persona che si pone contro certi poteri". Boffo, Caldoro, Fini e la casa di Montecarlo. Articolato e elementare: "Parte da fatti minuscoli della tua vita privata che vengono usati contro di te. Stai per scrivere un articolo e pensi 'domani mi attaccheranno' su cose che non hanno niente a che vedere con la vita pubblica, lo faranno con il tuo privato e ti costringeranno a difenderti. Allora prima di metterti a scrivere ci pensi. E vuol dire che si è incrinata la libertà di espressione". La differenza "fra inchiesta e diffamazione: l'inchiesta si fonda su una quantità abnorme di informazioni, quelle che i giornalisti sognano di avere per approfondire, la diffamazione usa un solo elemento e lo costruisce contro la persona che prende di mira. Ti compromettono con l'obiettivo di dire 'siamo tutti uguali'. Tutti egualmente sporchi. Invece - continua Saviano - la forza della democrazia è la molteplicità. Le differenze. Quelle che la macchina del fango non vuole che il cittadino veda. La privacy, ad esempio: è sacra. Ma una cosa è la privacy, un'altra è scegliere le proprie amiche da candidare, un'altra è finire nelle mani degli estorsori: quella smette di essere privacy e inizia a essere condizionamento della cosa pubblica. E può essere crimine". Ai giovani, in particolare, si rivolge perché ascoltino "la storia di una persona che è riuscita a resistere a una macchina del fango gigantesca: Giovanni Falcone".
L'elenco, si diceva, un'anima del programma. Nichi Vendola spiazza con il suo. Il governatore poeta pronuncia ventisette modi per dire omosessuale. Invertito e buzzarone, pederasta e cripto-checca, burrone, arruso, bucaiolo e via così. Il coraggio dell'ironia. Che diventa dramma quando il leader di Sinistra e Libertà elenca le possibili "espiazioni" dell'omosessualità: evirato, deportato nei lager e nei gulag, confinato, ricoverato in manicomio, stuprato per punizione. E ancora, le classificazioni dell'omosessualità nella vita pubblica: "crimine", "disordine", "pulsione di morte", "sporcizia", "peccato". Allora, conclude Fazio citando la battuta di Silvio Berlusconi, "è molto meglio guardare le belle ragazze che essere gay?". Replica Vendola: "E' molto meglio essere felici".
Non è vero che l'attesa è tutta per Benigni, come si dice sempre in circostanze come questa. L'attesa, stavolta, è per tutti i protagonisti della serata. E anche Benigni non tradisce le aspettative. Il materiale che l'attualità recente gli ha fornito è roba che sta tutta nelle sue corde. Le escort che sarebbero una vendetta della mafia - l'ha detto Berlusconi a proposito della vicenda Ruby - e le sue guardie del corpo che ne scovano in ogni angolo della sua casa, rientrando, alla sera. L'opposizione che insiste, "Berlusconi si può battere solo sul piano politico" e allora "ci vuole una ragazza del Pd", l'invocazione a Rosy Bindi, "tu gli garbi, dai una foto a Fede e ti intrufoli, gli dici che sei maggiorenne, e se t'arrestano basta che dici che sei la suocera di Zapatero". Ironia anche sulle polemiche di qualche settimana fa, legate ai compensi degli ospiti del programma e anche al suo cachet (alla fine l'attore ha partecipato a titolo gratuito), "sono d'accordo a venir gratis, la Rai ha bisogno di soldi, però Masi non fare scherzi: a un semaforo quando ho abbassato il vetro un polacco mi ha riconosciuto e mi ha dato un euro..".
Poi, mentre sullo sfondo campeggiano le immagini del crollo di Pompei, un altro elenco tocca al maestro Claudio Abbado - ultimo ospite -, quello delle ragioni per cui bisogna difendere la cultura contro i tagli del governo. Perché "arricchisce sempre, è contro la volgarità e permette di distinguere tra bene e male, è lo strumento per giudicare chi ci governa ed è libertà, di espressione e parola. Con la cultura si sconfigge il disagio sociale delle persone perché è riscatto dalla povertà". Ma soprattutto "la cultura è un bene comune e primario, come l'acqua. Ed è come la vita. E la vita è bella".
giovedì 26 febbraio 2009
Maggio Fiorentino a rischio dal teatro reazioni a Baricco
L'Agis: "Lo Stato investe poco più di 4 euro a spettatore per la prosa"
di ILARIA CIUTI
Vengono in aiuto Abbado e Muti con le loro orchestre giovanili e Mehta, che del Teatro del Maggio è il direttore principale, con i concerti per piano e orchestra di Beethoven. Il sovrintendente Francesc
La crisi dei teatri era stata preannunciata giorni fa da un allarme dell'Agis, l'associazione dei settori dello Spettacolo, a Berlusconi ("senza finanziamenti i teatri chiudono") e ripetuta oggi in una replica all'articolo di Alessandro Baricco pubblicato da Repubblica che continua a suscitare reazioni, sdegnate o entusiaste.
"Quanto costerebbe aprire un teatro nelle scuole? Tutto questo argomentare gira intorno a 398 milioni di euro", scrive il presidente dell'Agis Alberto Francesconi a proposito del finanziamento statale allo spettacolo, "invece di impegnarsi in una vera riforma che gli operatori sollecitano da tempo". Rincara la dose Roberto Toni, presidente delle imprese di produzione teatrale dell'Agis: "lo Stato investe poco più di 4 euro a spettatore nel teatro di prosa" che alimentano però un indotto enorme, dice. Tra le tantissime reazioni, si segnala quella di Marco Caviccioli di Fanny & Alexander, la nuova generazione teatrale: "Non siamo mangiapane a tradimento, come viene fuori dall'articolo: siamo imprese, fragili che producono però un capitale enorme, umano, come è aprire un teatro a Scampia o tenere aperto uno spazio culturale nella periferia di una città".
(26 febbraio 2009)
lunedì 14 aprile 2008
Bella ciao, ciao, ciao...
Ne esiste anche una versione operaia cantata dalle mondine dopo la guerra
Da ballata yiddish a inno partigiano il lungo viaggio di Bella ciao
dal nostro inviato JENNER MELETTI
BORGO SAN LORENZO - In fin dei conti, svelare un segreto è costato solo due euro. "Nel giugno del 2006 ero al quartiere latino di Parigi, in un negozietto di dischi. Vedo un cd con il titolo: "Klezmer - Yiddish swing music", venti brani di varie orchestre. Lo compro, pagando appunto due euro. Dopo qualche settimana lo ascolto, mentre vado a lavorare in macchina. E all'improvviso, senza accorgermene, mi metto a cantare "Una mattina mi son svegliato / o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao...". Insomma, la musica era proprio quella di Bella ciao, la canzone dei partigiani. Mi fermo, leggo il titolo e l'esecutore del pezzo. C'è scritto: "Koilen (3'.30) - Mishka Ziganoff 1919". E allora ho cominciato il mio viaggio nel mondo yiddish e nella musica klezmer. Volevo sapere come una musica popolare ebraica nata nell'Europa dell'Est e poi emigrata negli Stati Uniti agli inizi del '900 fosse diventata la base dell'inno partigiano". E' stata scritta tante volte, la "vera storia di Bella ciao". Ma Fausto Giovannardi, ingegnere a Borgo San Lorenzo e turista per caso a Parigi, ha scoperto un tassello importante: già nel 1919 il ritornello della canzone era suonato e inciso a New York. "Come poi sia arrivato in Italia - dice l'ingegnere - non è dato sapere. Forse l'ha portato un emigrante italiano tornato dagli Stati Uniti. Con quel cd in mano, copia dell'incisione del 1919, mi sono dato da fare e ho trovato un aiuto prezioso da parte di tanti docenti inglesi e americani. Martin Schwartz dell'università della California a Berkeley mi ha spiegato che la melodia di Koilen ha un distinto suono russo ed è forse originata da una canzone folk yiddish. Rod Hamilton, della The British Library di Londra sostiene che Mishka Ziganoff era un ebreo originario dell'est Europa, probabilmente russo e la canzone Koilen è una versione della canzone yiddish "Dus Zekele Koilen", una piccola borsa di carbone, di cui esistono almeno due registrazioni, una del 1921 di Abraham Moskowitz e una del 1922 di Morris Goldstein. Da Cornelius Van Sliedregt, musicista dell'olandese KLZMR band, ho la conferma che Koilen (ma anche koilin, koyln o koylyn) è stata registrata da Mishka Ziganoff (ma anche Tziganoff o Tsiganoff) nell'ottobre del 1919 a New York.
Dice anche che è un pezzo basato su una canzone yiddish il cui titolo completo è "the little bag of coal", la piccola borsa di carbone". Più di un anno di lavoro. "La Maxwell Street Klezmer Band di Harvard Terrace, negli Stati Uniti, ha in repertorio "Koylin" e trovare lo spartito diventa semplice. Provo a suonare la melodia... E' proprio la Koilen di Mishka Tsiganoff. Ma resta un dubbio. Come può uno che si chiama Tsiganoff (tzigano) essere ebreo? La risposta arriva da Ernie Gruner, un australiano capobanda Klezmer: Mishka Tsiganoff era un "Cristian gypsy accordionist", un fisarmonicista zingaro cristiano, nato a Odessa, che aprì un ristorante a New York: parlava correttamente l'yiddish e lavorava come musicista klezmer". Del resto, la storia di Bella ciao è sempre stata travagliata. La canzone diventa inno "ufficiale" della Resistenza solo vent'anni dopo la fine della guerra. "Prima del '45 la cantavano - dice Luciano Granozzi, docente di Storia contemporanea all'università di Catania - solo alcuni gruppi di partigiani nel modenese e attorno a Bologna. La canzone più amata dai partigiani era "Fischia il vento". Ma era troppo "comunista". Innanzitutto era innestata sull'aria di una canzonetta sovietica del 1938, dedicata alla bella Katiuscia. E le parole non si prestavano ad equivoci. "Fischia il vento / infuria la bufera /scarpe rotte e pur bisogna andar / a conquistare la rossa primavera / dove sorge il sol dell'avvenir". E così, mentre stanno iniziando i governi di centro sinistra, Bella ciao quasi cancella Fischia il vento. Era politicamente corretta e con il suo riferimento all'"invasor" andava bene non solo al Psi, ma anche alla Dc e persino alle Forze armate. Questa "vittoria" di Bella ciao è stata studiata bene da Cesare Bermani, autore di uno scritto pionieristico sul canto sociale in Italia, che ha parlato di "invenzione di una tradizione". E poi, a consacrare il tutto, è arrivata Giovanna Daffini". La "voce delle mondine", a Gualtieri di Reggio Emilia nel 1962 davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi aveva cantato una versione di Bella Ciao nella quale non si parlava di invasori e di partigiani, ma di una giornata di lavoro delle mondine. Aveva detto che l'aveva imparata nelle risaie di Vercelli e Novara, dove era mondariso prima della seconda guerra mondiale. "Alla mattina, appena alzate / o bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / alla mattina, appena alzate / là giù in risaia ci tocca andar". "Ai ricercatori non parve vero - dice il professor Granozzi - di avere trovato l'anello di congiunzione fra un inno di lotta, espressione delle coscienza antifascista, e un precedente canto del lavoro proveniente dal mondo contadino. La consacrazione avviene nel 1964, quando il Nuovo Canzoniere Italiano presenta a Spoleto uno spettacolo dal titolo "Bella ciao", in cui la canzone delle mondine apre il recital e quella dei partigiani lo chiude". I guai arrivano subito dopo. "Nel maggio 1965 - cito sempre il lavoro di Cesare Bermani - in una lettera all'Unità Vasco Scansani, anche lui di Gualtieri, racconta che le parole di Bella ciao delle mondine le ha scritte lui, non prima della guerra, ma nel 1951, in una gara fra cori di mondariso, e che la Daffini gli ha chiesto le parole. I ricercatori tornano al lavoro e dicono che comunque tracce di Bella ciao si trovano anche prima della seconda guerra. Forse la musica era presente in qualche canzone delle mondine, ma non c'erano certo le parole cantate dalla Daffini, scritte quando i tedeschi invasor erano stati cacciati da un bel pezzo dall'Italia". "Una mattina mi sono alzata...". Fino a quando ci sarà ricordo dei "ribelli per amore", si alzeranno le note di Bella Ciao, diventato inno quando già da anni i partigiani avevano consegnato le armi. "Bella Ciao? Forse le cantavano - dice William Michelini, gappista, presidente dell'Anpi di Bologna - quelli che erano in alta montagna. Noi gappisti di città e partigiani di pianura, gomito a gomito con fascisti e nazisti, non potevamo certo metterci a cantare". (12 aprile 2008)
Volete sentirla?
Partigiani, Bella ciao... Alcuni di voi ne saprete qualcosa. Raccontatecelo!
mercoledì 19 dicembre 2007
E brava, Italia...
Disponibili in rete oltre 50mila documenti per un totale di oltre 9 milioni di immagini
Un patrimonio immenso in forma digitale, con percorsi interattivi e multimediali
I tesori della cultura italiana online
nasce il sito della Biblioteca Digitale
di ALESSIA MANFREDI
Giacomo Puccini, La boheme, copertina dello spartito inglese (disegno di Adolf Hohenstein)
Milano, Archivio di Casa Ricordi
L'impresa è stata voluta dal Ministero per i Beni e le attività culturali, in collaborazione con l'Accademia dei Lincei e oggi arrivano i risultati di sei anni di lavoro intenso, svolto dalla Direzione generale per i beni librari e gli Istituti culturali, in linea con la sfida europea di aumentare in rete la disponibilità di opere rare e strumenti di consultazione.
GUARDA LE IMMAGINI
Diventano quindi accessibili sul web oltre 50mila documenti e oltre 9 milioni di immagini organizzati per tre principali aree tematiche: musicale, storico-letteraria e scientifica. Un primo passo per allinearsi con realtà analoghe a livello europeo, rispetto alle quali partiamo in ritardo.
L'idea nasce nel 2001 ed è stata seguita passo per passo da un Comitato guida diretto dal filosofo Tullio Gregory. Con uno sforzo capillare, cui partecipano istituti statali, enti locali, università, enti privati e istituti di ricerca coordinati dall'Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane, cui sono stati destinati finora circa 18 milioni di euro. Perché i tesori della storia culturale italiana - che, come ricorda Andrea Marcucci, sottosegretario di Stato presso il MiBAC, da sola vale il 55-60 per cento del patrimonio culturale mondiale - sono sparsi e in piccole realtà si custodiscono gioielli di grande valore che rimangono inaccessibili ai più. Attraverso la BDI si accede anche a "CulturaItalia", il portale della cultura italiana, ed alla Biblioteca Digitale Europea, il cui obiettivo è rafforzare l'identità dell'Europa attraverso il suo patrimonio culturale.
"Siamo partiti tardi e da una situazione quasi tragica e di arretratezza anche concettuale rispetto ad altri paesi" ammette Luciano Scala, direttore generale per i Beni librari e Istituti Culturali del MiBAC. Le prime ricognizioni hanno mostrato "un quadro desolante, frammentario e disomogeneo". E' stato necessario partire, quindi, con un programma di digitalizzazione unitario, in linea con quelli usati a livello internazionale, e si sono privilegiate per prime opere rare, di particolare interesse. Altro criterio chiave del progetto: mettere online solo corpi completi per avere progetti conclusi e non lasciati a metà.
Ecco quindi che in rete sono arrivati i cataloghi storici delle biblioteche italiane, unici in Europa, quelli delle biblioteche medievali, incunaboli in volgare, gli "scrittori d'Italia" della collezione Laterza, i principali periodici pre-risorgimentali di cui sono state interamente ricostruite 67 collane. O ancora la biblioteca digitale della Scuola Galileiana, quella della prima accademia dei Lincei, il mare magnum della Marucelliana di Firenze, i plutei della Medicea Laurenziana, culla e summa della cultura umanistica. Tutto consultabile, scaricabile, fruibile in modo interattivo.
Qualche esempio del "tesoro"? Testi scientifici rari come il "Compasso" di Galileo, a fianco del quale appaiono in un'unica schermata risorse correlate, le informazioni sul testo, metadati, opzioni di ricerca e un interattivo che mostra come funziona il compasso. O il percorso interattivo sui luoghi di Leonardo in Toscana, con la google map che si innesta sulla cartografia autografa. Ancora, le condanne del tribunale dell'Inquisizione di Campanella e Copernico, l'audio con i versi di Martinetti letti dall'autore.
Per Tullio Gregory "è una delle più importanti realizzazioni del Ministero dei Beni culturali", che offre una serie infinita di possibilità. Nasce dall'amore per i libri, come ricorda il professor Giovanni Conso, presidente dell'Accademia dei Lincei, ma offre diversi vantaggi: oltre ad aumentare in modo esponenziale l'accessibilità dei testi, garantisce la conservazione di un patrimonio che in alcuni casi rischia di andare perso o rimanere sepolto.
In più la rete abbatte barriere e gioca a favore dei non specialisti. Per questo è necessario, e gli esperti lo sanno bene, rendere tutto appetibile, "narrare" anche all'interno di un sito, che deve "ispirare, trasformarsi in qualcosa di vivo, diventare uno stimolo per scoprire di più e intrattenere" spiega Andrea Granelli, consigliere del ministero per i Beni culturali. E far navigare in quel patrimonio anche la "generazione del pollice", più abituata a maneggiare tastiere e telefonini, che non pagine di libri, meno che mai manoscritti antichi.
(18 dicembre 2007)
lunedì 10 dicembre 2007
Serafini e il Codex: arte nuova
Luigi Serafini, l’artista visionario che sogna il cinema e i blog
Guarda la gallery con le opere in mostra e partecipa al sondaggio in fondo all’articolo
Anarcoide e outsider. Luigi Serafini, romano, classe 1949, è un artista senza etichette. Non appartiene a scuole. Non non si è mai legato a critici o curatori alla moda. Non è inserito in nessun salotto buono dell’arte. Ma ha appassionato alcuni tra gli intellettuali più raffinati d’Italia, come Federico Zeri, Leonardo Sciascia, Federico Fellini. Ed è stato il primo artista italiano ad avere una pagina su Wikipedia nella sua versione in inglese. Ora il Pac di Milano gli dedica una grande mostra antologica Luna Pac Serafini, dove è esposta anche la sua opera più celebre, quella che aveva fatto innamorare Calvino e Manganelli, e che ha fatto il giro del mondo. Si tratta del Codex Seraphinianus, un monumentale libro illustrato con migliaia di disegni e con tanto di note esplicative, dove però le forme sono tutte inventate e i testi sono scritti in una lingua immaginaria: un mondo visionario e parallelo.
Che rapporto c’è tra i blog e l’arte contemporanea?
L’arte è bellezza, che è sempre una questione di relazioni, cioè di rapporto tra le parti. Un blog non è altro che la possibilità di una relazione. A me piace paragonare i blog a un campo di grilli che cantano, che cioè lanciano segnali d’accoppiamento, cercano loro simili con cui entrare in relazione.
Anche il catalogo della mostra è molto simile a un blog.
Io lo definisco un cataBLOGo perché è stato aperto ai contributi più diversi, da quelli di critici come Achille Bonito Oliva a quelli di personaggi sconosciuti al pubblico ma che avevano qualcosa da dire sulle mie opere.
La Rete oggi sembra il contrario del mondo dell’arte: la prima è aperta e in fermento, il secondo è chiuso e governato da meccanismi non sempre comprensibili…
Il problema dell’arte è che non è più umana. Non comunica con le persone. Fa a meno del pubblico. È ormai un discorso soltanto per addetti ai lavori.
Eppure i musei di arte contemporanea nascono come funghi.
È vero, ma questo serve a far vivere l’arte? A me sembra un’arte assistita. Si fa un museo-contenitore, lo si fa diventare prestigioso con qualche operazione di marketing, e poi qualsiasi cosa ci si metta dentro diventa arte contemporanea. Mambo, Macro, Gnam: anche i nomi sono ormai dei brand.
Spettatori clienti e mercato in crescita?
Ma siamo sicuri che il mercato dell’arte funzioni? Ci basta sapere che Sotheby’s ha battuto un’opera a molti milioni di dollari per dire che c’è un mercato diffuso? La verità è che il business non è trasparente, è affidato a poche persone che possono definire le tendenze, anche in chiave di propaganda politica, ma non esiste nessuna Authority, nessuno che verifichi che le aste non siano truccate.
Quali meccanismi dovrebbero cambiare nell’arte?
Mi piacerebbe che l’arte avesse le stesse logiche del cinema. Anche lì ci sono famiglie, cartelli e meccanismi di potere, ma almeno è il pubblico che stabilisce il successo di un’opera. E poi per il cinema non servono architetture avveniristiche per attirare le persone, basta un’insegna luminosa col titolo del film.
Da che cosa dipende la disaffezione del pubblico nei confronti dell’arte contemporanea?
Sarebbe bello chiederlo anche al pubblico stesso, si dovrebbe fare un sondaggio.
Facciamolo: scelga lei due domande…
Eccole.
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giovedì 29 novembre 2007
Benigni agli italiani "Parleremo d'amore"

Una serata-evento, quella del 29 novembre, che culminerà nella lettura del Canto di Paolo e Francesca, ma durante la quale Benigni affronterà sì l'amore ma pure il sesso, "il motore del mondo", percorrendolo "nei suoi aspetti più estremi, dalla libidine sfrenata alla totale repressione, insomma da Casanova a Sandro Bondi". E la politica, "da Voltaire, 'non sono d'accordo con quello che dici ma sono pronto a morire purché tu lo dica', a Berlusconi, 'Chi vota a sinistra è un coglione'". "Parleremo della grandezza dell'Italia - continua Benigni nella sua lettera - per capire che cosa abbiamo fatto di bello per meritare città come Milano, Firenze, Roma dove sono nati uomini come Manzoni, Michelangelo, Cesare, e cosa abbiamo fatto per meritare città come Arcore, Ceppaloni, Montenero di Bisaccia e... non mi ricordo dove è nato Buttiglione".
mercoledì 14 novembre 2007
Lasciata con una e-mail ne fa un'opera d'arte
la lettera diventa un'opera d'arte
di CONCITA DE GREGORIO
"Take care of yourself, prenez soin de vous, cuidate mucho". È qui, è sull'incongruenza emotiva di una frase che ha le sembianze di una premura che Sophie Calle costruisce la sua opera d'arte. Calle è un'artista tra le più amate del nostro tempo. Un'icona della modernità, una Louise Bourgeois del nuovo secolo. La Francia le ha affidato il padiglione di quest'ultima Biennale di Venezia: lei lo ha dedicato a raccontare come finisce un amore. Ha proiettato i video (guarda lo speciale interattivo) di molte delle 107 donne che leggono la mail di addio del suo amante: celebri e sconosciute, Jeanne Moreau e una studentessa di scuola media, Luciana Littizzetto e una cartomante, Victoria Abril e una stella dell'Opera. Un avvocato, una psicanalista, Laurie Anderson, una scrittrice di parole crociate, una campionessa di tiro con la carabina. A ciascuna ha chiesto cosa significa abbi cura di te, come si fa ad averne, come si affronta e come si supera il vuoto spaventoso dell'assenza? Ciascuna ha risposto nel suo modo: con un referto, con una canzone, con un gioco. La mostra, a Venezia - "Take care of yourself" - è stata visitata da migliaia di persone, è ancora lì fino a fine novembre.
martedì 26 giugno 2007
da "Il Grande Dizionario Garzanti di Italiano 2007"
(Internet) blog fasullo, creato a scopo pubblicitario per attirare utenti su un altro sito, di solito commerciale; anche, inserimento automatizzato di numerosissimi articoli fasulli in blog veri, sempre a scopo pubblicitario
Voce ingl.; comp. di sp(am) e (b)log.
© 2005 De Agostini Scuola Spa - Garzanti Linguistica
SPERIAMO DI NON DIVENTARE UNO SPLOG!
domenica 18 marzo 2007
Italia, il teatro supera lo sport
Italia, paese affamato di cultura: nel 2006 il teatro supera lo sport
Più spettatori davanti a un palcoscenico che allo stadio: 13,5 milioni contro 12,7
BARI - Sembra uno scherzo, e invece è assoluta verità: gli italiani preferiscono il teatro allo sport. Almeno questo dimostrano i dati relativi all'anno scorso: per la prima volta dopo anni, infatti, il pubblico amante del palcoscenico ha superato quello degli stadi e dei palazzetti. E anche con un notevole scarto: 13,5 milioni contro 12,7.
Le cifre 2006 sono state elaborate da Federculture, e sono state presentate nel corso della quarta Conferenza nazionale degli assessori alla Cultura e al Turismo, in corso a Bari da oggi a sabato 17 marzo, e promossa anche da Anci, Conferenza delle Regioni, Upi, Legautonomia, Uncem e Formez. Un'occasione, da parte degli addetti ai lavori, per fare il punto sull'Italia e sulla sua fame di cultura.
I fondi. Il nostro Paese destina alla cultura 1,8 miliardi di euro l'anno, contro gli oltre 5 miliardi di Gran Bretagna e Spagna. Dal 2002 al 2007, i finanziamenti statali sono scesi dallo 0,35% allo 0,29% del Pil. A compensare almeno in parte questa poca generosità ci sono gli enti locali, che destinano al settore il 3,4% del loro bilancio. Tra i grandi comuni, il più generoso è quello di Torino: 5,09%, seppure in flessione rispetto al 6,80 del 2005.
Gli eventi più amati. A sorpresa, come già detto, il teatro supera lo sport. Ma ci sono altri dati interessanti, sempre sul fronte culturale: ad esempio, nel 2006, le principali mostre organizzate nel nostro Paese hanno registrato ben 7 milioni di visitatori, con un più 42,2% rispetto al 2005. Quanto agli altri appuntamenti, oltre a quelli ormai consolidati (il Festival della filosofia di Modena, il Festivaletteratura di Mantova, il Ravello Festival, eccetera) i dati forniti al Convegno di Bari sottolineano il boom di alcune iniziative recentissime. Come la Festa del cinema di Roma (150 mila spettatori) o il Festival Economia di Trento (50 mila presenze).
La hit parade delle mostre. Stravince l'esposizione dedicata a Gauguin e Van Gogh, al museo di Santa Giulia di Brescia: oltre 541 mila visitatori. Seguono, sul podio, Antonello da Messina alle Scuderie del Quirinale di Roma (318 mila); Caravaggio e l'Europa al Palazzo Reale di Milano (313 mila). Poi, dal quarto al decimo posto: Modigliani al Vittoriano di Roma; Mantegna a Mantova; Millet, ancora al Santa Giulia di Brescia; Cina - Nascita di un impero alle Scuderie del Quirinale; Argenti a Pompei al Museo archeologico nazionale di Napoli; Raffaello alla Galleria Borghese di Roma; Manet al Vittoriano.
I musei e i siti archeologici. Qui, le cifre sono, come quasi ogni anno, da record. Lo scettro spetta ai Fori imperiali di Roma: oltre 2 milioni 784 mila spettatori, con un più 1,85% rispetto al 2005. Seguono gli scavi di Pompei (1 milione 810 mila) e il Palazzo Ducale di Venezia (un milione 499 mila).
Il punto sul turismo. Tra marzo e novembre 2006 hanno visitato il nostro Paese 32,2 milioni di stranieri. L'incremento medio, registrato nelle dieci province italiane a maggiore vocazione di turismo culturale, è stato del 18%: Roma, Venezia, Milano e Firenze sono le quattro città che hanno avuto le migliori performance. Trend negativo, anche se contenuto (meno 1%), per le province con offerta turistica di tipo prevalentemente paesaggistico (mare e montagna).
(15 marzo 2007)


