Riprendiamo da Repubblica Palermo la recensione del libro "Potere di Link" di Rosa Maria Di Natale. Il volume sarà presentato a Catania il prossimo 18 gennaio
Dal tempo lungo - spazio dilatato dove azione e pensiero trovavano il loro percorso che lentamente portava lontano - si è passati al tempo supersonico, quello che ci bracca in un tourbillon irrefrenabile. Una sorta di reazione a catena di mutamenti. Un frullatore dove vengono shakerate scoperte di ogni specie. Per fare un esempio calzante: ci sono voluti cinque secoli affinché l´innovazione di Gutenberg - che, attenzione, non ha inventato la stampa come schematicamente si scrive, ma i caratteri mobili singoli - dispiegasse a pieno le sue potenzialità; oggi ci vuole un attimo per creare valore aggiunto nel variegato universo dei supporti informatici. Una invenzione dopo l´altra in un infinito divenire. Questa affascinante e complessa galassia virtuale-reale è stata esplorata dalla giornalista Rosa Maria Di Natale, docente a contratto presso l´Università di Catania nel saggio "Potere di link"; sottotitolo: "Scritture e letture dalla carta ai nuovi media".
La macchina a stampa di Gutenberg
Il libro chiuso di un tempo lascia il posto al libro aperto, a quell'opera collettiva che rimbalza freneticamente da un punto all´altro, da un uomo all´altro, coinvolgendo milioni di siti, miliardi di persone. Ormai nulla è mai definitivo. Un messaggio subito dopo l´immissione nel circuito viene aggredito, disossato, trasformato, ritorna al mittente con connotati modificati, per ripartire carico di altri contenuti. Questo in un flash e per infinite volte. Un montaggio e smontaggio continuo che lascia una scia di significati e di significanti.
La parola attraversa sabbie mobili in cui affonda, nuota, affiora, inabissa e riaffiora. L´autrice comunque facendo sue le teorie di Roger Fidler è convinta che in questa "mediamorfosi" «la quasi totalità dei cambiamenti continuerà a racchiudere in sé le esperienze del passato». Sicché il vecchio libro sopravviverà a questi assalti del web, ritagliandosi un suo spazio nei tre domini: broadcast (radio, televisione, convegenza web-tv), documenti (stampa, editoria, pagine web), comunicazione interpersonale. Ogni medium, infatti, non sorge dal nulla, ma affiora gradualmente dalla trasformazione del medium precedente. Solo che prima ciò accadeva nel tempo lungo, oggi nel tempo accelerato. «Lo sviluppo dell´editoria elettronica - scrive Fidler in "Mediamorfosi. Comprendere i nuovi media" - non dovrebbe essere interpretato come un segnale premonitore della fine dei media a stampa. Al contrario suggerisce che la stampa può trasformarsi in uno strumento ancora più versatile e popolare di comunicazione per il prossimo millennio».
Sembrerebbe una certezza quanto meno avventata l´assunto di Fidler, ma diventa più comprensibile con l´articolazione del suo pensiero: «Questa ipotesi di lavoro richiede però di accettare fino in fondo la visione secondo la quale i media a stampa non debbano più dipendere dall´inchiostro, dalla carta e dalle presse per continuare il loro percorso evolutivo». Chi vivrà vedrà.
Ci sono sembrati particolarmente interessanti due capitoli del libro. In uno si ribadisce l´influenza dei media non solo sulla problematica e sulle tecniche della comunicazione, ma sulla nostra vita tout court, sugli influssi diretti nel condizionamento del pensiero e dei comportamenti quotidiani. Nell´altro si rende merito agli scrittori che a livello istintivo hanno capito ai primi segnali la portata della valanga in arrivo: Celati, Tondelli, Ballard, Kundera, De Lillo, Cortazàr e Calvino. Di quest´ultimo viene opportunamente ricordato il decalogo della buona letteratura, cioè leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità.
La parola è...
La prefazione al libro è stata scritta da Enrico Escher, giornalista e studioso dei nuovi media, prematuramente scomparso. Di lui vogliamo ricordare una frase: «Libro di uno, libro di tutti, senza per questo perdere, il valore della sua "unicità"».
Lunedì, 19 ottobre, ore 18.00, Sala de Juntas, Filologia: Presentazione e proiezione del film Galileo, di Liliana Cavani, incentrato sulla figura del grande scienziato italiano
Martedì, 20 ottobre, ore 18.00, Sala de Juntas, Filologia: Presentazione e proiezione del film I colori dell’anima, di Andy Garcia, che rappresenta la vita del famoso pittore italiano Amedeo Modigliani
Mercoledì, 21 ottobre, ore 12.00, aula 401, Filologia: Conferenza su Leonardo da Vinci, tenuta dal Professor Alessandro Castro, dal titolo Il Codice Romanoff di Leonardo da Vinci.
Mercoledì, 21 ottobre, ore 18.00, Sala de Juntas, Filologia: Presentazione e proiezione della pellicola Il mago delle onde, di Alessandro Giupponi, documentario sull’inventore della radio, Guglielmo Marconi
La manifestazione nazionale per la libertà di stampa si terrà a Roma il 3 ottobre. Un segno di vitalità, un’occasione per capire che i diritti vanno continuamente difesi e protetti. Ma questo messaggio arriverà ai ragazzi di 18 o 20 anni?
Per sabato 3 ottobre, per la manifestazione sulla libertà di stampa, siamo milioni a pensare: finalmente!
Finalmente un segno di vitalità da parte di un paese che sembrava narcotizzato, di giornalisti che - con poche eccezioni - parevano tramortiti.
Perché le involuzioni autocratiche possano verificarsi c’è bisogno almeno di due cose: una classe politica di governo con queste vocazioni, e un’opinione pubblica addormentata o connivente.
Finalmente una reazione al delirio arrogante del potere, alla pirateria politica, all’annullamento (e autoannullamento) delle opposizioni, allo stravolgimento delle regole e al traballare delle istituzioni. Speriamo che ne seguano altre: ad esempio rispetto alla plutocrazia; o all’analfabetismo e all’incultura cui si vogliono consegnare le generazioni giovani; o al disastro cui è già consegnato il loro futuro lavorativo.
Non è facile spiegare che tutto questo si tiene, e che tutto questo ha un rapporto strettissimo con quel diritto che in democrazia è fondamentale per ogni cittadino: essere informato correttamente da una stampa libera, per poter oculatamente ragionare e scegliere.
Come accade per molti altri diritti, abbiamo sbagliato a crederlo conquistato una volta per tutte: va continuamente vissuto, affermato, difeso, protetto. Perderlo è stato molto più facile di quanto non pensassimo.
Il modo più tragico e definitivo di perderlo è non accorgersene: essere socializzati in un mondo in cui esso è considerato irrilevante. Per questo mi sta particolarmente a cuore lo sguardo di chi ha vissuto la maggior parte della sua vita in regime berlusconiano.
Ho difficoltà sempre crescenti a spiegare agli studenti diciotto/ventenni di Sociologia della comunicazione che il cuore del nostro tema, e dunque il centro del loro studio non è l’appeal carismatico di questo o quel leader, non la capacità di una faccia di “bucare lo schermo” o di una voce di vendere bene la propria merce, ma la possibilità offerta dal sistema mediatico di assistere a rappresentazioni variegate e non mutilate della realtà, a opinioni differenti e non addomesticate sui problemi. La sua attitudine a formare alla complessità del mondo.
Dal mio osservatorio imputo alla cultura dominante un delitto grave, che ha visto moltissime complicità: di aver imposto lo stravolgimento del ruolo dei media, e la confusione tra comunicazione e pubblicità (tra visibilità e autorealizzazione?).
Sarà forse questo il colpevole?
I miei studenti sono figli di questa cultura, la ritengono l’unica concepibile. I miei studenti non leggono i giornali, al massimo scorrono dei titoli sul web. Guardano molta televisione, ma tra loro il 90% segue i reality anche più trucidi; il 9% ha visto Report almeno una volta.
Se quel 9% sarà a Roma il 3 ottobre, forse potremo risalire la china.
*ordinario di Sociologia della comunicazioe alla Facoltà di Scienze Politiche di Catania
Venerdì scorso per le strade di Catania «Una giornata particolare». Una serie di flash mob contro la violenza omofoba che dilaga in Italia e, nel pomeriggio, un lungo bacio in piazza Stesicoro
“Lottiamo insieme, insieme si può”: questo uno degli slogan ripetuti durante la giornata di mobilitazione contro l’omofobia e la transfobia, battezzata “Una giornata particolare”, e tenutasi il venerdì scorso a Catania.
«L’organizzazione di questa giornata nasce dalla necessità di reagire agli ultimi attacchi contro gli omosessuali. Oggi diciamo no al clima di omofobia e transfobia che si respira in questi ultimi tempi; se si considera che i crimini commessi nei primi otto mesi del 2009 superano tutti quelli commessi nell’intero 2008, diventa evidente una recrudescenza degli atti di violenza». Queste le parole di uno degli organizzatori dell’evento, Dario Accolla, il quale ha tenuto a precisare, anche, che «il diritto degli omosessuali è il diritto di tutti; ciò che rivendichiamo non è una questione che riguarda solo noi omosessuali, ma deve diventare patrimonio civile e culturale per tutti, a prescindere dalle personali tendenze sessuali».
Quali le richieste delle associazioni siciliane contro l’omofobia e la transfobia, che hanno organizzato e partecipato attivamente alla manifestazione? «Sono tre richieste, e non si tratta di privilegi, che potrebbero salvare la vita di molti omosessuali e renderne la giusta dignità», afferma Dario Accolla. «Non sono richieste che abbiamo tirato fuori dal cappello all’improvviso, ma che si rifanno al dettato costituzionale, che non nega i nostri diritti all’interno del Diritto europeo».
Primo, l’estensione della legge Mancino ai reati dovuti all’intolleranza verso omosessuali e transessuale e relativa all’identità di genere. Secondo, l’accesso all’istituto del matrimonio civile. Terzo, la concessione del diritto di adozione alle coppie omosessuali.
La manifestazione, che si è svolta prima in Piazza Verga e poi si è spostata in Via Etnea, ha visto l’esecuzione collettiva di una morte simulata, un flash mob durante il i partecipanti, al suono di un fischietto, si sono gettati in terra, mentre uno di loro, Giuseppe Calcagno, con un megafono, ha elencato alcuni degli atti omofobici recentemente commessi in Italia. L’azione si è ripetuta due volte e in entrambe ha destato la curiosità dei passanti, incentivando la volontà dei partecipanti di manifestare e manifestarsi, perché «solo vedendoci e vivendoci la gente può riconoscerci e capire», dice Alessandra Fasanaro.
Angela Gentile, membro dell’Associazione “Kalon Glbte”, rialzandosi e riprendendosi dalla finta morte, ha dichiarato: «Vogliamo fare sentire la nostra voce, per combattere le aggressioni. Ad agosto ce ne sono state ben quindici e tutte hanno riguardato grandi città italiane, dalle quali ci si aspetterebbe una maggiore apertura mentale verso certi temi. Siamo stanchi di vedere che gli omosessuali non vengono ritenuti cittadini a tutti gli effetti». Poi, smessi per un attimo i panni di attivista dell’Associazione, Angela si lascia andare a qualche confidenza: «I miei genitori sanno che sono omosessuale, non me ne sono mai vergognata, perché questa è la mia vita, la mia normalità, e, di questo, loro sono fieri e orgogliosi».
A sottolineare che i diritti dei gay sono i diritti di tutti c’è la natura stessa di alcune associazioni, che non si preoccupano solo degli omosessuali, ma anche di tutte quelle persone considerate socialmente esposte all’abbandono e al disagio, come gli immigrati, i barboni e, spesso, anche le donne. Anna Di Salvo, dell’Associazione “Città Felice”, dichiara, con orgoglio, di occuparsi soprattutto di donne, «della bellezza delle donne che si amano».
Nella seconda parte della giornata l’evento si è spostato in Piazza Stesicoro, dove sono stati allestiti diversi banchetti espositivi da parte delle associazioni presenti ed è stato esposto un prodotto editoriale “fatto in casa” ma molto esplicativo, dal titolo “La gazzetta dell’omofobo, Pregiudizio editore”, consistente in una raccolta di affermazioni omofobe di alcune figure politiche nazionali. Presente anche Sara Crescimone, dell’ “Open Mind Glbt” Catania, che ha dichiarato: «E’ un momento di emergenza a causa della violenza e dell’impunità dilaganti; per questo è necessaria l’estensione della legge Mancino. Non chiediamo privilegi, ma solo la tutela delle nostre vite. Il governo non dica a noi come amare; la stessa cura dei figli non dipende dall’orientamento sessuale, specialmente se si pensa che i reati più crudeli commessi sui minori avvengono proprio all’interno di famiglie eterosessuali».
L’evento è proseguito con un ennesimo giro di flash mob, durante il quale i “caduti a morte”, stavolta, si sono abbandonati sulla bandiera della pace, spiegata sul suolo della piazza, e con la proiezione di videoclip, alcuni ironici, altri realistici e, per questo, più crudi, ma tutti carichi di speranza e voglia di fare, di andare avanti in questa lotta contro il sistema. Ma ecco che viene trasmessa l’esperienza raccontata, di Andrea Nucifora, membro dell’Arcigay, chiamato a lavorare per la “Lithuanian Gay Leaugue”, l’unica associazione ad occuparsi dei diritti dei gay in Lituania. Diverse le difficoltà incontrate durante la sua esperienza lavorativa in Lituania, a causa di una rigidità assoluta verso l’argomento e una violenza inaudita verso qualunque forma di espressione da parte della comunità gay. Facendo un bilancio, Andrea Nucifora dice: «Ho vissuto uno shock culturale, sentivo di non poter fare, mi è mancata la Sicilia, dove, nonostante tutto, c’è più tranquillità. Lì ho rivissuto i miei 16 anni, quando in famiglia nascondevo la mia omosessualità». E prosegue: «tuttavia ho imparato tanto e mi sono reso conto che c’è molto da fare. E non parlo da membro dell’Arcigay, ma da persona che vuole vivere con naturalezza i suoi rapporti. Se c’è tanto clamore intorno a questa realtà un motivo deve pur esserci; non può essere una paranoia collettiva».
Ma ad attirare l’attenzione di passanti e curiosi hanno provveduto la finta impiccagione di Alessandra Fasanaro, membro dell’Associazione “Kalon Glbte”, marchiata con la scritta “condannata a morte perché lesbica” sul petto. E soprattutto il kiss mob, forse, il momento più emblematico di tutta la giornata. Sulle note di “I gotta feeling” dei Black Eyde Peas, dopo l’ormai noto segnale di richiamo, le coppie presenti si sono baciate all’unisono, fino all’arrivo di un altro fischio che le ha stoppate.
Inevitabile chiedere un commento a caldo ad una delle coppie che aveva appena partecipato al kiss mob. La domanda è “come è stato”? Marco Salanitri, ancora un po’ “provato”, dice: «Mah…è stato un po’ imbarazzante, mi sentivo addosso gli occhi di tutti; però è stato bello»; meno pudico e più spontaneo il suo compagno, Alessandro Motta, che dichiara: «Nessun imbarazzo; è una cosa naturale, nella quale mi sento bene, completamente a mio agio; è stato bello e quasi liberatorio».
E così, sul ricordo di un catartico bacio collettivo, dal retrogusto amaro di protesta, si è conclusa la “giornata particolare”. Una giornata che porta con sé importanti aspettative e una buona dose di speranza.
Sotto riproduciamo un articolo di Juan Arias pubblicato sul giornale EL PAÍS. Anche se in lingua spagnola e un po' lungo per il nostro formato, pensiamo che meriti esser letto da tutti i magnabloggher.
Un país que fue bandera de libertad y cultura es presidido hoy por un político que censura la información que no le interesa. ¿Qué le ha pasado a Italia? ¿Por qué es tan difícil de reconocer para quienes la aman?
Viví en Italia más que en España: cerca de 50 años. A ese país, que reúne el 36% del arte del planeta según la Unesco, le debo mucho humana y culturalmente. En Italia, donde hice mis estudios, donde respiré por primera vez los aires puros de la libertad -llegado muy joven desde el país de las censuras, de las condenas a muerte arbitrarias, de la inexistencia de partidos políticos-, me dieron la nacionalidad por méritos culturales. Allí voté por primera vez en mi vida. Tenía ya más de 40 años. En España no se votaba, sólo se vivía el terror.
Recordaré siempre aquella mañana en que, por fin, pude introducir mi papeleta en el secreto de una urna. Mi voto, me dijeron, valió miles. Eran unas elecciones en las que los italianos empezaban a cansarse de los políticos, lo que incitaba a no votar. La RAI me entrevistó preguntándome qué sentía un español que podía votar por primera vez. Hablé de mi evidente emoción y me atreví a pedir a los que estaban pensando en no acudir a la cita con las urnas que lo hicieran para resarcir mi pena de no haber podido votar en tantos años. Me llamaron después de la radio para decirme que miles de personas, incluso algunas familias enteras, querían que yo supiera que habían ido a votar por mí.
Italia malata
En Italia pude publicar lo que no podía publicar en mi país. Me abrieron las puertas sus revistas y periódicos. Gocé del privilegio de conocer, tratar y entrevistar a los personajes de la literatura y del arte que hicieron grande en aquel momento al país de Dante y de Leonardo, gente como Fellini, Passolini, Sciascia, Italo Calvino; a estilistas como Valentino, Armani, Missoni; a grandes empresarios como Agnelli o Pirelli; a magníficos editores como Einaudi o Feltrinelli... Y hasta a políticos dignos como Berlinguer o Moro o jueces valientes como Falcone, con quien conversé meses antes de ser asesinado. En mi encuentro con el juez Falcone nos rodeaba una nube de policías armados hasta los dientes y de sirenas desplegadas. "Es todo teatro. Cuando la Mafia lo decida, me matarán igualmente", me dijo el magistrado despidiéndose con una media sonrisa triste. Lo mataron.
Era aquella una Italia que yo amaba apasionadamente y en cuya lengua escribí mis primeros libros. Hasta que llegó Silvio Berlusconi. Lo vi aterrizar en Palermo, capital de Sicilia, corazón de la Mafia, en helicóptero, como un dios pagano. Eran sus primeras elecciones. Pocos creían que aquel histrión, que nunca había estado en la política, en un país tan politizado como lo era Italia, podría ganar. Yo pronostiqué en el periódico que ganaría. Vi aquella mañana en Palermo a casi medio millón de personas levantando los brazos hacia el helicóptero que traía al Salvador.
La Mafia siciliana había cambiado de bandera. Acababa de abandonar a la poderosa Democracia Cristiana, hasta entonces su señora, para ofrecerle el beso y sus votos al empresario del que decían que tenía el arte mágico de crear empleos de la nada. Italia aquel día empezó a entrar en el túnel de la degeneración. Yo me volví a España.
Ahora veo, como en una pesadilla, que los italianos, que a mí me habían otorgado el placer de la libertad de información y expresión, tienen que leer EL PAÍS para poder saber las desvergüenzas cometidas por su Cavaliere. ¿Dónde quedó aquella Italia a la que el mundo amaba y admiraba?
Italia me defendió cuando uno de los Gobiernos de Franco intentó procesarme por un artículo publicado sobre el comportamiento de la Iglesia española durante la dictadura militar. Me convocaron a Madrid. Me recibió el entonces ministro Girón. En su casa. Me contó que un ministro llevó mi artículo a un Consejo de Ministros pidiendo mi cabeza. Franco se limitó al final del Consejo a llamar al ministro Girón y le dijo: "Dejen a ese chico, porque si no lo van a hacer un mártir en Italia. Pero llámele y cuéntele". Era un aviso claramente mafioso. Así era entonces España. Así es hoy, o casi, Italia.
En mis noches sin sueño, me pregunto cómo pudo haberse llevado a cabo tal metamorfosis. Cómo se llegó a esta mi triste Italia actual. Sólo puedo hacerme algunas preguntas tras mi larga experiencia italiana. ¿Por qué ganó Berlusconi por primera vez, cuando ya circulaba un libro sobre sus fechorías e ilegalidades como empresario de la construcción en Milán? ¿Por qué los socialistas de Bettino Craxi, que acabó muriendo en el exilio, buscado por corrupción, cuando llegaron al poder le permitieron a Berlusconi crear su imperio televisivo contra todas las normas de la Constitución? ¿Qué hicieron, o no hicieron, los comunistas, herederos del severo y honrado Berlinguer, cuando después de más de 40 años luchando para llegar al poder lo consiguieron y actuaron tan mal que los italianos volvieron a llamar a Berlusconi? ¿En qué defraudaron a los italianos? ¿Por qué perdieron tan pronto las esencias del que había sido el mayor partido comunista de Europa, el del Eurocomunismo, y que reunía bajo sus alas y protegía de la mediocridad de la derecha a toda la inteligencia, todo el arte y toda la cultura del país? Un partido, insisto, que tenía como líder a un Berlinguer siempre tímido y escondido, como legítimo hijo de la austera Cerdeña, pero recto, digno y tan amado que el día de su muerte se paralizó la ciudad de Roma y dos millones de personas se volcaron en las calles como si su selección nacional hubiera ganado un mundial de fútbol.
Fui en aquella época un crítico severo de la entonces poderosa Democracia Cristiana, que llevaba 40 años en el poder y que acabó barrida al pagar sus escándalos de corrupción. Hoy, a tantos años de distancia, tengo que reconocer que lo que vino después fue peor. Está a la vista de todos. La Democracia Cristiana, profundamente conservadora, poseía, sin embargo, un profundo respeto por la libertad de expresión de los periodistas. Conservo aún algunos tarjetones escritos con la letra grande de Fanfani y la menuda de Andreotti, ambos repetidas veces presidentes del Gobierno. Cada vez que publicaba un artículo crítico sobre uno u otro, llegaba a mi oficina en Roma un motorista llevándome uno de esos tarjetones, en los que me agradecían el haber escrito sobre ellos.
Cuando España estaba para entrar en la Unión Europea, el ministro de Asuntos Exteriores de Italia era Andreotti. En la Embajada de Italia en Madrid, alguien más papista que el Papa decidió hacer un estudio de mis crónicas, concluyendo que era excesivamente crítico con los políticos italianos. Llamaron al embajador de España en Roma y, con evidente cuño mafioso, le recordaron que Italia era fundamental para que España entrara en la Comunidad Europea y que no les gustaban mis crónicas.
La noticia llegó a los oídos de Andreotti, que ignoraba el hecho. Aquella mañana, me llamó para ofrecerme una entrevista. Me recibió con los brazos abiertos. No se habló del asunto suscitado por la Embajada italiana en Madrid. Me contó anécdotas inéditas de sus relaciones con el entonces papa Juan Pablo II. Me dijo que el Papa polaco lo invitaba a veces a comer o a cenar con él y hasta a asistir a la misa en su capilla privada. Antes de despedirme, me autografió un libro con estas palabras: "A mi querido colega periodista Juan Arias, con amistad". Andreotti se jactaba siempre de ser periodista de profesión. Ya en la puerta me dijo: "España va a ser muy importante en la Comunidad Europea. Yo la voy a apoyar". Lo hizo.
Andreotti, no obstante, solía decir que a los políticos españoles les faltaba finezza. Tristemente, esa finezza a quienes les falta hoy es a tantos políticos italianos, empezando por su presidente y su corte faraónica, que tienen horror y pánico de la información libre.
Quizá no sea verdad que a los italianos les guste tanto Berlusconi -no por lo menos a los italianos que yo conozco-, quizá es que tampoco les gustan demasiado los otros políticos. A esos otros, yo les di el primer voto de mi vida. Cosa triste, como diría Saramago.
In occasione della IX Edizione della "Settimana della lingua italiana nel mondo" (19 - 25 ottobre 2009)promossa dal Ministero degli Affari Esteri viene indetto il Concorso letterario “Scrivi con me” rivolto agli studenti italiani e stranieri di istituzioni scolasticheitaliane all'estero. Il concorso prevede che gli studenti completino un racconto dello scrittore italiano Roberto Alajmo, il cui testo è presenteto senza la parte conclusiva. Gli elaborati giudicati migliori saranno premiati con materiali bibliografici o audiovisivi.
Roberto Alajmo
REGOLAMENTO
1.Il concorso è riservato agli studenti italianie stranieri frequentantiscuole secondarie superiori italiane all'estero, "sezioni italiane " istituite presso Scuole Europee o scuole straniere secondarie superiori e studenti frequentanti i corsi di lingua italiana ex lege 153/71 esclusivamente a livello di biennio della scuola secondaria di secondo grado.
2.Ogni concorrente dovrà redigere una personale conclusione del racconto inedito di Roberto Alajmointitolato “La fuga di Nardino”. L'elaborato dovrà essere composto in lingua italiana e dovrà essere redatto secondo il modello (carattere, grandezza, incolonnamento, numero di righe per cartella) scelto dallo scrittore, inoltre non dovrà superare la lunghezza di due cartelle.
3.Ogni testo dovrà essere firmato dall’autore edaccompagnato dai suoi dati personali inseriti in un apposito spazio, come da casella di testo inserita al termine del racconto (allegato 2 - nome e cognome, data e luogo di nascita, classe frequentata, nome scuola, città, nazione). Inoltre dovrà essere allegata l'autorizzazione per l'eventuale pubblicazione del testo prodotto, direttamente firmata dall'autore, se maggiorenne, oppure, se di minore età, da uno dei due genitori, o comunque da chi esercita la patria potestà ( vedi modelli in allegato 3 e 4).
4.Gli elaborati dovranno essere svolti nelle Istituzioni scolastiche interessate entro
Il 9 giugno 2009.
Presso ogni istituzione scolastica sarà costituita una commissione che selezionerà il testo giudicato migliore e lo farà pervenire (con anticipazione via e.mail) entro il 26 giugno 2009 all’Ufficio Consolare.
In Italia i testi verranno esaminati da una commissione di specialisti istituita a Roma presso il Ministero degli Affari Esteri, presieduta dallo scrittore, e composta da rappresentanti delle istituzioni che promuovono l'iniziativa della Settimana della lingua italiana.
5.Gli studenti delle scuole, autori dei sei migliori elaborati, riceveranno strumenti bibliografici ed audiovisivi anche in formato digitale su temi della letteratura e cultura italiana.
6.Gli studenti secondi classificati (sei complessivi) riceveranno anch’essi in premio alcuni strumenti bibliografici ed audiovisivi.
7.I nomi dei vincitori saranno resi noti dall’autore nel corso delle manifestazioni che si terranno dal 19 al 25 ottobre 2009 per la IX edizionedella“Settimana della lingua italiana nel mondo”.
8.I testi presentati al concorso resteranno a completa disposizione della organizzazione e non verranno restituiti.
9.Il Ministero degli Affari Esteri si riserva il diritto di far pubblicare una selezione dei testi premiati.
10.I concorrenti dovranno accettare senza condizioni il presente regolamento.
11.Per eventuali aspetti organizzativi non previsti dal presente regolamento, provvederà alle necessarie operazioni e decisioni la segreteria del concorso istituita presso il Ministero degli Affari Esteri.
I giudizi della commissione che selezionerà gli scritti sono insindacabili.
Ecco il racconto: La fuga di nardino.
Era un bambino molto solo: non aveva amici. Era un bambino molto introverso: aveva non uno, ma addirittura due amici immaginari. Si era inventato il primo, ma questo amico immaginario si annoiava a giocare con lui, allora si era a sua volta inventato un amico immaginario. Così i due amici immaginari si mettevano a giocare per i fatti loro, e ogni volta lo escludevano.
Leonardo, detto da sua madre Nardino, aspirava per la verità a farsi chiamare Leo. Ma nessuno lo chiamava così, anche perché del leone non aveva nulla. Era molto timido, anzi, e per nulla aggressivo. Parlava sempre a bassa voce e se gli chiedevano di ripetere ciò che aveva detto, era capace di restarsene zitto anche per delle mezz’ore.
Passava il suo tempo in casa, guardando i due amici immaginari che si divertivano fra loro. Ogni tanto provava a inserirsi nei loro giochi infilando una frase, ma quelli lo ignoravano e proseguivano imperterriti. Aveva come l’impressione che quei due lo considerassero un secchione. Uno sfigato, insomma.
Solo di rado usciva nell’aia del casolare alle porte del paese, dove viveva assieme alla madre. Il suo signor padre veniva a trovarlo un giorno sì e uno no. Viveva e dormiva altrove, in una casa che Nardino non aveva mai visto. Faceva il notaio: una volta se l’era preso sulle ginocchia e gli aveva spiegato in cosa consisteva il lavoro del notaio, ma Nardino, che pure era parecchio intelligente, non era riuscito a capirlo.
A quattro anni certe cose non si arrivano a capire; semmai si intuiscono. Nardino per esempio intuiva che c’era una tensione intermittente fra i suoi genitori. Certe volte quando il signor padre veniva a casa, lei gli voltava le spalle e restava così per tutto il tempo della visita. I primi tempi era lo stesso Nardino che corricchiando da un genitore all’altro si sforzava di fare da ponte fra i due. Ma crescendo aveva imparato che era inutile, ogni tentativo risultava frustrante e la tensione restava nell’aria per tutto il tempo della visita paterna.
Negli ultimi mesi si era convinto che il piacere di abbracciare il suo signor padre non valeva la pena di quel silenzio teso che si creava in casa, per cui aveva maturato un sentimento di cui si vergognava: avrebbe preferito che il signor padre non venisse affatto. L’ideale sarebbe stato vederlo da qualche altra parte, lontano dalla madre e dalle tensioni. Ma era troppo timido per confessare al padre anche solo il desiderio di fare ogni tanto una passeggiata con lui. Un desiderio frutto della combinazione fra due sentimenti diversi: uscire da casa ed esplorare il mondo.
Malgrado i quattro anni, avvertiva un imprecisato desiderio di conoscere l’universo che si trovava fuori dai confini del giardino di casa. Ne intuiva la vastità, capiva che non era alla sua portata, e tutto ciò si traduceva in un ulteriore giro di introversione.
- Che hai, Nardino? Che ti piglia?
La madre si accorgeva della malinconia del figlio e se ne dispiaceva. Ogni tanto cercava di cavargli qualche parola, ma con scarsi risultati. Lui se ne stava zitto a oltranza, e lei aveva troppe faccende da sbrigare in casa per insistere più di tanto. Di solito, visto che i suoi amici immaginari lo ignoravano, Nardino passava quasi tutto il tempo a disegnare. Faceva dei gran disegni sulle pareti di casa. I primi tempi, scoprendo i disegni sul muro, la madre lo sgridava. E quando lo sgridava gliele suonava anche. Ma Nardino, che per il resto era un bambino obbedientissimo, da quell’orecchio non ci sentiva. Era più forte di lui: dopo un’ora era di nuovo in preda a una specie di imbambolamento, con un pezzo di carbone in mano, a disegnare sul muro. Ed erano altre grida, altre botte.
Solo che alla fine, a forza di grida e botte, Nardino era diventato bravo. Pian piano la madre smise di dargli botte e poi anche di sgridarlo: si era resa conto che i disegni del figlio non erano affatto male, per quanto certe volte un po’ astratti. Dalle sgridate era passata ai complimenti:
- Bravo Nardino! E cosa rappresenta?
Il bambino non rispondeva perché, specie i primi tempi, i suoi disegni non rappresentavano niente di preciso. Erano sue fantasie che prendevano corpo nel momento stesso in cui impugnava il pezzo di carbone e si metteva all’opera.
Sua madre s’era rassegnata perché quei disegni tutto sommato riempivano le pareti della casa, che altrimenti sarebbero risultate del tutto spoglie. Nel giro di pochi mesi, da quando la madre aveva smesso di rimproverarlo, Nardino aveva istoriato tutte le pareti di casa, fino a dove riusciva ad arrivare alzandosi sulla punta dei piedi o salendo su uno sgabello, quando sua madre non poteva vederlo.
Poi, col passare dei mesi, in mezzo alle figure geometriche prive di significato, si azzardò a ritrarre dei volti umani. Come primo esperimento provò a fare il ritratto dei suoi due amici invisibili, che dispettosi com’erano neanche fecero lo sforzo di mettersi in posa per lui. Anzi, si voltavano dall’altra parte ridacchiando fra loro per motivi che a lui sfuggivano. Ma Nardino lavorava a memoria e riuscì a farli abbastanza somiglianti. O almeno così gli pareva.
Quando sua madre scoprì quei volti sul muro diventò improvvisamente seria, e Nardino pensò che stavano per ricominciare le botte. Ma la madre non disse niente: lo fissò, fissò ancora i disegni e rimase zitta. Due giorni dopo, quando venne a trovarlo il suo signor padre, la madre anziché mettergli il muso come al solito, lo portò nella stanza dei ritratti e glieli mostrò. Nardino vide i genitori che parlavano fra loro, ma non sentiva cosa si stavano dicendo. Suo padre muoveva la testa come se fosse preoccupato. Ma neanche suo padre lo picchiò, anzi gli fece un sorriso e una carezza fra i capelli. Si limitò a chiedergli:
-Li hai fatti tu, quelli?
Nardino non voleva mettersi nei guai, ma rispose la verità, ammettendo la sua colpa con un cenno del capo. Il padre allargò il sorriso e il bambino capì che non ce l’aveva con lui. Da quel giorno seppe come occupare il tempo quando il signor padre veniva a fargli visita. Appena quello varcava la soglia, Nardino subito lo prendeva per mano e lo trascinava a vedere le sue ultime creazioni.
Nella fino ad allora breve esistenza di Nardino da quel momento cominciò un periodo che poteva risultare sereno, se non proprio felice. La madre gli voleva bene, il signor padre lo apprezzava. Ma lui restava un bambino solitario e introverso, che guardava giocare i suoi amici immaginari senza riuscire a intercettarne l’allegria.
Finché un giorno successe che i due amici immaginari scomparvero. La sera prima c’erano, e il mattino dopo, al risveglio, Nardino non li trovò più da nessuna parte. Li cercò dappertutto, rendendosi conto che per lui rappresentavano un conforto, anche se nei giochi non lo prendevano nemmeno in considerazione. Né poteva chiedere alla madre se per caso li aveva visti, perché sapeva di essere il solo che riusciva a vederli.
Non fu la scomparsa degli amici immaginari l’unica sorpresa di quella mattina. Assieme ai due era scomparso anche il carbone. Nardino ne teneva da parte una piccola riserva di pezzi belli grossi e grassi, che aveva selezionato apposta per disegnare. Li teneva in una cesta vicino al camino, ma anche quelli, che la sera prima c’erano, al mattino erano scomparsi.
Passò una mattinata di schifo, senza riuscire a scoprire dove potessero essere finiti i due amici immaginari e la sua riserva di carbone. Ma siccome era un bambino molto intelligente, il cervello gli galoppava formulando ipotesi a getto continuo. Di una cosa era praticamente certo: la partenza dei due amici immaginari era collegata con la scomparsa del carbone.
Ci sono cose che un bambino di quattro anni pensa. Altre cose che capisce. Altre cose ancora che intuisce. Ma tutti e tre i generi - il pensiero, la comprensione e l’intuito – nel cervello di un bambino di quattro anni vengono frullate in continuazione, in modo che è impossibile distinguere un genere dall’altro. Chi può dire cosa passa per la testa di un bambino di quattro anni che di punto in bianco, senza neanche il pretesto di un litigio con la madre, decide di scappare da casa? E perché poi? Per seguire quali fantasmi? Eppure fu questo che fece Nardino la sera stessa, dopo che le candele di casa furono spente: scappò di casa. Di nascosto. Prese il minimo delle sue cose, scavalcò un davanzale e si trovò a respirare l’aria pungente della notte. Stava per cominciare un’avventura che sarebbe risultata determinante per il suo futuro, senza la quale niente della sua esistenza sarebbe andata come poi sarebbe andata.
Due ultime cose bisogna sapere, prima di scoprire come finisce questa storia. La prima: siamo nell’anno millequattrocentocinquantasei. La seconda: il paese della campagna toscana dove si trovava la casa del piccolo Leonardo si chiamava Vinci.
Roberto Alajmo
Se vi interessa ditecelo e vi invieremo la scheda di iscrizione
«La mafia è un fatto umano e come tale ha un inizio e avrà anche una fine». Era la convinzione di Giovanni Falcone, ucciso diciassette anni fa a Capaci insieme a Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Noi li ricordiamo con questo video
Quante volte dovranno volare le palle di cannone, prima di essere proibite per sempre? E quante morti ci vorranno, prima di sapere che troppi sono morti? Oggi ricordiamo Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Ma l’elenco delle vittime della mafia, di tutte le mafie, va allungandosi ogni anno, non solo in Sicilia. Va allungandosi con i nomi di persone che, sfidando la criminalità, hanno consapevolmente rischiato di essere uccise. Ma anche con i nomi di persone comuni, vittime casuali, gente che si è trovata a passare nel posto sbagliato al momento sbagliato, e magari fino ad allora aveva pensato che la mafia non potesse riguardarla. Cosa che molti continuano a pensare.
Ma quanti anni può esistere una montagna, prima di essere erosa dal mare? E quanti anni possono esistere gli uomini, prima che sia loro permesso di essere liberi? La convinzione di Falcone era semplice e logica: la mafia è un fatto umano e, come tutti i fatti umani, ha un inizio e avrà anche una fine. Soprattutto tra i giovani, qualcuno che lavora per accelerare questa fine c’è.
Sì, ma quante volte può un uomo volgere lo sguardo e fingere di non vedere? Falcone ricordava che la mafia è anzitutto un fatto criminale e che, senza affrontarla appunto come fatto criminale, non ci si può illudere di sconfiggerla. E oggi, nonostante alcuni successi investigativi, i mezzi a disposizione della magistratura per contrastare la criminalità appaiono spesso poveri, l’azione della giustizia viene continuamente delegittimata. Persone che hanno denunciato coraggiosamente la mafia vengono spesso isolate, la loro identità segreta non viene protetta, la loro vita viene messa a rischio.
How many roads must a man walk down before you call him a man? A noi tocca ripercorrere con la memoria il tratto di autostrada Palermo-Trapani sul quale il 23 maggio 1992 si consumò la strage di Capaci. La dobbiamo percorrere sperando che davvero le risposte soffino nel vento e che noi, quelle risposte, riusciremo ad afferrarle. È la nostra speranza. La certezza è che, senza cominciare dalle domande giuste, le risposte non potremmo mai trovarle.
è giunta l'ora del meme e della solidarietà tra blogger per far conoscere le rivendicazioni degli insegnanti e degli studenti delle EOI. Circa un mese fa, abbiamo dedicato un post al Rof che la Conselleria d'Educació della Generalitat Valenciana ha presentato ai sindacati. Oggi vi chiediamo di voler diffondere il meme che abbiamo preparato (consentiteci, una tantum, di scriverlo in valenzano).
En el primer trimestre de 2009, la Conselleria d'Educació de la Generalitat Valenciana va presentar una ordre que pretén regular les EOIs de la nostra comunitat. Aquest document suposa un fort retall en l’oferta d’idiomes a tot el nostre territori amb la pèrdua de llocs de treball docent que aquest fet produirà, així com l’empitjorament de les seues condicions laborals i la defunció de les EOIs que es convertiran, de fet, en centres on s’estudie només l’anglés.
Nosaltres professors d’EOIs entenem que les nostres escoles són l’únic organisme públic que ofereix la possibilitat d’aprendre idiomes als seus ciutadans fora de l’ensenyament obligatori i en alguns idiomes (la majoria) l’única. Volem assenyalar també el perill que suposa l’aplicació de l’esborrany d’aquesta ordre que comportaria la pèrdua d’un 25% dels grups que estan en funcionament en aquests moments.
Per tot això exigim:
1. que es diferencie entre l’oferta i la demanda d’un idioma com l’anglés de la resta dels idiomes: 2. que la Conselleria assegure l’ensenyament de tots els idiomes de la CEE i de l’àrab, el rus i el xinés; 3. una disminució de les ràtios per tal d’impartir un ensenyament d’idiomes de qualitat i efectiu; 4. una planificació adient d’EOIs i d’aularis; 5. que no es deixe a la voluntat política de l’administració educativa la creació i supressió de grups; 6. no posar cap nombre mínim per a la creació de grups ja que molts dels idiomes que se estudien a les EOIs només es poden aprendre en elles i que cada centre puga ofertar un grup de totes les llengües que ja s’imparteixen i en tots els nivells, per tal de garantir la continuïtat i la finalització dels estudis; 7. que la reserva de places, en règim presencial, per l’alumnat que demane estudiar anglés pertanyent al Cos de Mestres o de Secundària, prevista en l’esborrany, no siga atesa. Aquestes places podrien ofertar-se com a cursos específics o de formació en horari d’ 11 a 17 hores; 8. que es tinguen en compte criteris com ara la ruralitat (cap comarca pot quedar sense oferta d’idiomes per no trobar-se prop d’un àrea urbana) i les necessitats de la societat en quasi totes les comarques en determinats idiomes per motiu de la immigració (sanitat, forces de seguretat, ajuntaments...) per a la creació de grups; 9. que s’escolte la direcció del centre a l’hora de determinar el nombre d’unitats d’una EOI; 10. igualtat d'oportunitats entre alumnes oficials i lliures en les proves de certificació, i per això, l'eliminació de la Fitxa Individualitzada de Seguiment (FIS); 11. que les coordinacions que porten reducció de grups es puguen fer a totes les EOIs.
Come ben sapete, le regole del meme sono sacre (la catena deve continuare con altri 5 candidati che a loro volta gireranno quest'iniziativa ad altri 5 blogger), noi nominiamo i seguenti blog:
Questo blog è diretto agli studenti di italiano e ha pertanto scopo educativo. Ringraziamo gli autori e le autrici dei testi, delle foto e dei video Internet che appaiono sul blog, il quale non ha nessuno scopo di lucro.